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Venerdì 18 settembre 2020, S. Giuseppe da Copertino

1.Le nostre origini

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LE ORIGINI DELLA FAMIGLIA




Nel 1190 Martino Gatto aveva 42 anni.
Una delle sue figlie, la diciannovenne Maria Benedetta, gli aveva appena dato un nipotino; Maria Chiara, 17 anni, dava una mano in casa e Maria Giuseppina, di 16, entrava allora nel Monastero Benedettino di San Tommaso, fondato nel 1160 su un promontorio di Santa Maria del Campo.

Alla fine del XII secolo gli abitanti di Rapallo si avvicinavano ad 800. Attorno al paese e separati dalle mura difensive, sorgevano Borzoli, con oltre 300 abitanti, Santa Margherita (Pescino), Zoagli, Portofino (Porto Delfino) e San Michele (Pagana).

Martino Gatto, più conosciuto col soprannome di “Becù”, viveva in una piccola casa, ubicata su una delle colline che circondano Rapallo, fuori del borgo murato, nel settore di Borzoli chiamato Noé.

Lavorava nelle terre prese in affitto dai signori feudali, i conti di Fieschi. Quasi 5 ettari ubicati sulle colline di Monte Laeto.
I Gatto erano contadini liberi sottomessi ad un signore, che dava loro protezione.



edilizia medievale2



I figli minori, Oberto, detto “Picetto”, di 15 anni, ed Agostino, “Tinòu”, di 18, che stava imparando a leggere e scrivere, aiutavano il padre.
I maggiori, Giovanni, “Giunìn”, di 24, e Bartolomeo, “Meuìn”, di 22, ormai sposati e con figli, lavoravano l’ardesia con gli zii Nicoló e Gregorio, incaricati della manutenzione delle opere pubbliche di Rapallo.

Tutti i giorni, Martino e i suoi figli si levavano al cantar del gallo e s’incamminavano verso la collina lungo la romana via Aurelia, fino a guadare il torrente di San Francesco in groppa a una mula o camminando sulle grandi pietre appositamente collocate.

Poi varcavano la “Porta di Pozzarello” per accedere al borgo. Persone con mule cariche di sacchi attendevano l’apertura del “Molinello”, mulino ad acqua di proprietà dei connestabili Doria, dove il terzetto trasferiva ogni ottobre il suo raccolto d’olive.
I Gatto raggiungevano la “Rolecca,” dove sorgeva il pozzo del borgo, per attingere acqua per il consumo giornaliero.



mulini ad acqua2



Barbuti ed anneriti dal sole, Martino e i suoi figli procedevano in silenzio attraverso stretti vicoli, fino a porta “Aquilonare”, o Sant’Antonio, a lato dell’ospedale.
Là si levava la via a monte, che ricalcava in parte il sentiero lastricato che già in epoca romana si apriva il passo fra le colline della Fontanabuona fino a Piacenza e, come una vera strada, a Milano.

Ci voleva più di un’ora di cammino in salita per raggiungere il terreno, dove crescevano gli olivi e una piccola vigna. Una dozzina di pecore aiutava a mantenere l’erbacce sotto controllo.
Martino e i suoi figli curavano i terrazzamenti d’olivi, cavando grandi pietre con cui formare dei muretti.


bosco castagni2



Le campane della chiesa di Santo Stefano, dove il longevo arciprete Carlo Guilielmus aveva battezzato Martino e i suoi figli e nipoti, scandivano il trascorrere del tempo.

Nei giorni di pioggia i Gatto confezionavano i loro arnesi, rammendavano i pagliericci e riparavano i cesti per la raccolta delle olive.
Nei giorni festivi, si recavano alla chiesa di Santo Stefano, dove Giovanni, Bartolomeo ed altri lavoratori costruivano un muro a difesa dalle inondazioni, causate dall’estuario del torrente di Monti e di Bogo .


olive2



Poi la famiglia si recava in riva al mare e proseguiva poi fino allo sbocco del torrente Boate.
La zona intorno alla foce era paludosa, perciò se ne tornavano attraverso la spiaggia, varcando Porta Orientale, o di San Francesco, fino allo sbocco del torrente.
Prima degli stagni incontravano le saline di Langano, monopolio dei Doria, a cui si accedeva attraverso il ponte “Annibale”, noto allora come ponte Bolago, sopra il Boate.

Dietro le saline continuava lo stretto cammino, che serpeggiava fra boschetti di pini ed insenature, fino alla piccola penisola di Punta Pagana e a Pescino, piccolo villaggio di pescatori che avrebbe cambiato nome in Santa Margherita.
Arrivando alla punta della penisola, s’incontrava l’entrata a Porto Delfino e dietro al monte, sulla costa, l’abbazia di San Fruttuoso, il cui abate era proprietario della penisola di Capo di Monte.



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