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Giovedì 2 luglio 2020, S. Bernardino Realino

Alla scoperta delle rocce del Tigullio



montezatta

Vi siete mai chiesti andando a spasso per i sentieri del Tigullio quali rocce state calpestando?

Avete mai incontrato qualche affioramento roccioso di forma o colore tale da destare la vostra curiosità?

Se lo avete fatto potrete chiarirvi le idee e rispondere ad alcune delle vostre domande facendovi accompagnare attraverso la magica storia delle rocce della nostra zona.

Se passeggiando per i sentieri non vi siete mai posti questo tipo di quesiti?
Bene! E’ arrivato il momento per farlo.

Innanzitutto dovete sapere che il territorio del Tigullio è molto interessante dal punto di vista geologico. Nella zona della Val Graveglia per esempio sono presenti in un’area limitata sequenze di rocce eruttive e tutte le sedimentazioni soprastanti. Questo permette di osservare una lunga e complessa storia geologica che è iniziata nel Giurassico ed è durata 150 milioni di anni.
Per questo motivo la Val Graveglia è considerata dai geologi una delle aree più importanti per lo studio della dinamica terrestre e lo studio di rocce che attualmente affiorano solo in poche aree emerse del mondo o costituiscono il pavimento dei bacini oceanici attuali.

Nessuno crederà sicuramente che le rocce siano sempre state lì dove le trovate con quella forma e quel colore. Sarebbe troppo semplice!!

La storia delle rocce inizia molto prima. Dobbiamo fare un salto indietro nella cosiddetta “Era archeozoica”, nella notte dei tempi, ben 45.000 milioni di anni fà per incontrare il primo tavolato emerso sulla terra, quello “Baltico sarmatico” corrispondente alle regioni che circondano la zona del Mar Baltico.

Altre placche comparirono successivamente fino ad unirsi in un’unica grande crosta detta “Pangea”. Per raggiungere questa situazione la superficie terrestre ha impiegato davvero tanto tempo: siamo infatti nell’”Era paleozoica”, circa 300 milioni di anni fa. Il clima tropicale di questo periodo dà vita ad una vegetazione rigogliosa che, fossilizzandosi nelle lagune formerà i giacimenti carboniferi.
Questo particolare fase dell’”Era paleolitica” si chiama appunto periodo “Carbonifero”.

Le varie placche non sono rimaste immobili in quella posizione, ma in un secondo tempo hanno iniziato un processo di allontanamenti che ha complicato un pochettino le cose.

E finalmente arriviamo alle nostre rocce, ovvero gli Appennini, che hanno iniziato la loro orerogenesi nell’”Era mesozoica” circa 150 milioni di anni fà, ed in particolare nel periodo detto “Giurassico”.
Non ci crederete ma il movimento delle placche Paleoeuropea e paleoafricana, allontanandosi ha dato vita ad un oceano detto “Oceano Ligure Piemontese”. Ebbene si, se state leggendo con i piedi ben piantati sul suolo ligure, sappiate che qui c’era il mare.

In questo oceano la separazione e l’allontanamento delle due placche hanno facilitato la risalita di magma che si poi solidificato dando vita a rocce profonde chiamate “PERIDOTITI”. Nelle nostre zone è facile incontrare le “SERPENTINITI”, ovvero una particolare trasformazione delle “peridotiti” a seguito dell’interazione con l’acqua marina che fa loro assumere un colore verde, nerastro.
I magmi provenienti dalla terra si sono trasformati in rocce con differenti processi: una parte si è solidificata lentamente, all’interno della superficie terrestre dando vita ai GABBRI, una roccia intrusiva; un’altra parte del magma è stato eruttato è si è solidificato sul fondale marino trasformandosi in una roccia effusiva denominata “BASALTO”. Nella nostra zona sono presenti i curiosi “BASALTI A PILLOWS” dalla forma tondeggiante dovuta al fatto che il magma si è rappreso al contatto con la l’acqua marina.

Possiamo trovare sequenza di rocce profonde in alternanza “gabbri”, “basalti”, “peridotiti”, e brecce costituite da accumuli di queste stesse rocce. Si parla in questo caso di “sequenze ofiolitiche”, o semplicemente “OFIOLITI”.

Le sequenze ofiolitiche costituiscono la base degli affioramenti rocciosi. Al di sopra di tali rocce si depositò uno strato di fango siliceo fine, tipico dei bacini oceanici, che solidificandosi è stato denominato “DIASPRO”. Il “diaspro” è inconfondibile per la sua tipica colorazione rossa dovuta alla presenza di ematite

La storia non finisce qui. Al di sopra dei “diaspri” si sedimentarono calcari fini denominati “CALCARI A CALPIONELLA” e “ARGILLE A PALOMBINI”.
Si tratta di nomi davvero curiosi che hanno una loro ragione d’esistere. I calcari sono una roccia impura di colore tra il bianco e il grigio che deve questo nome alla presenza di un organismo marino denominato appunto Calpionella. .
Le “argille a palombini” sono costituite dall’intercalarsi di argille, calcari con l’apporto proveniente dall’erosione di terre emerse grazie all’erosione di acque meteoriche. Il nome “palombini” deriva dal colore grigio simile a quello del piumaggio delle colombe che caratterizza le intercalazioni calcaree.

L’ultima sequenza di materiale sedimentatosi è costituita dagli “ARGILLOSCISTI DELLA VAL LAVAGNA” e dalle “ARENARIE”. Questi ultimi sedimenti si sono formati a seguito di frane sottomarine e segnano la fine della fase di espansione delle placche tettoniche.
Sono trascorsi circa 150 milioni di anni e siamo ormai in piena “ERA CENOZOICA”, le placche tendono ad avvicinarsi e porteranno alla chiusura del bacino, a fenomeni di subduzione dei fondali sotterranei e alla formazione della catena alpina.

Siamo arrivati alla fine del viaggio! E’ un percorso affascinante, ma forse leggendolo seduti ad una scrivania può risultare anche un po’faticoso. L’unica cosa che vi resta è alzarvi ed andare ad esplorare.


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