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Estetista Chiavari
Lunedì 22 dicembre 2014, S. Francesca Saverio Cabrini
FEDERVITA LIGURIA
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14 M.Torre Responsabile Reg. dei Giovani MpV sull'Eutanasia

Vorrei esporre alcune considerazioni riguardo la triste vicenda dell’eutanasia chiesta da Piergiorgio Welby. In realtà questo non è il caso giusto per sollevare il problema sull’eutanasia. O meglio, lo è solo se si vuole deliberatamente far passare negli italiani l’idea che concedere la morte a chi la chiede in queste condizioni sia la cosa più giusta e umana possibile. Primo, è un caso limite, in cui credo sia giusto chiedersi se non si stia rasentando l’accanimento terapeutico, non tanto ora, ma quando si è deciso di operarlo per fargli la tracheotomia che gli permette di respirare grazie a una macchina e la gastrostomia che gli permette la nutrizione tramite una pompa (procedure alle quali, peraltro, Welby stesso sicuramente ha dato il suo consenso). Ma, ritornando alla sua situazione attuale, chi non si è commosso alle parole di questo pover’uomo condannato da una malattia progressiva e incurabile e ridotto a non poter far nulla da solo se non pensare e chiedere, con la lucidità rimastagli, di dargli quella morte che lui stesso si darebbe se solo avesse l’uso delle mani? E’ difficile sostenere, sull’onda emotiva suscitata dalla sua storia e dal suo sguardo, che non sia giusto farlo. Eppure è così.
Pensiamo un momento alla condizione dell’uomo, di ogni uomo. Anche se in questa società sembra una bestemmia o un tabù, pensiamo al fatto indiscutibile che l’uomo è mortale, fragile, limitato, che la sua vita è un soffio, come ci hanno fatto riflettere da più di duemila anni schiere di filosofi, scrittori, artisti, musicisti, poeti. Eppure quest’uomo è grande, perchè, pur se mortalmente fragile, credente o no, ha dentro un anelito, una speranza, che supera perfino la morte. La vulnerabilità dell’uomo è un tratto essenziale della sua grandezza, il suo limite la caratteristica, direi, più umana. Un essere invulnerabile non sarebbe umano. Il fatto che esistono cose più grandi di noi, come la vita e la morte, è la maniera in cui siamo uomini, che ci piaccia o no, e da qui, in fondo, nasce il sentimento che ci fa sentire l’altro uomo, di qualsiasi razza o religione, come un fratello, in quanto condividiamo con lui gli stessi limiti e gli stessi aneliti d’immortalità.
Per questo non spetterà mai a noi dover decidere la vita e la morte di un altro. Per quanto cerchiamo, giustamente, di curarci le malattie, migliorare la nostra qualità di vita, o ritardare la nostra morte quanto possibile, alla fine rimane un limite invalicabile per noi, ed è quello di decidere di dare la morte a un’altra persona, anche se lei stessa ce lo chiede. Questo resterà sempre, anche in condizioni eccezionali come quelle di Welby, un omicidio. Qualcuno ha scritto recentemente e polemicamente su questa vicenda che Welby è condannato alla vita, ma io direi che è condannato semplicemente, anche tragicamente se volete, a essere uomo. Se anche la vita umana (non certo solo quella di Welby) è piena di sofferenze indicibili (ma non dimentichiamo che il dolore fisico è ormai totalmente eliminabile con le opportune terapie) cosa succederebbe se iniziassimo a decidere noi, uomini limitati, chi ha diritto di vivere e morire? Che presunzione, che disumanità, nel senso letterale del termine. Per questo il caso Welby è il caso sbagliato per parlare della legge sull’eutanasia, perché poi, dopo i casi pietosi, chi garantirà che non si deciderà di estendere la pratica anche a chi non è cosciente ma aveva dichiarato in un passato magari lontano tale volontà (ma non si può cambiare idea?), o a chi non si è espresso ma non si è neanche opposto, o ai bambini (come già si sta facendo in Olanda, dove è possibile eliminare neonati e bambini fino a 12 anni), o magari agli anziani incapaci di intendere e volere e che costano molto alla società (sempre in Olanda è stata proposta l’introduzione di una pillola a questo scopo). In un’epoca in cui l’eutanasia fosse legalizzata, sarebbe una scelta veramente libera quella dei malati terminali, degli anziani non autosufficienti, di poterne disporre, o non sarebbero piuttosto loro stessi, stanchi di dover dipendere dagli altri, a sentirsi spinti a questo gesto, e quasi in colpa se non volessero usufruire di un servizio previsto e offerto gratuitamente dallo Stato, che è nato invece per difendere i cittadini, e in particolare i più deboli, attraverso le sue leggi e la sua giustizia? Non può essere così, finiremmo a poco a poco a non essere più parte di quella famiglia umana, a non essere più quegli uomini così fragili ma così grandi come ci hanno definito da millenni i poeti, i filosofi, i musicisti, e come ci sentiamo dentro, credo, tutti noi.

Michele Torre, Responsabile Giovani MPV Liguria

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