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Venerdì 24 maggio 2019, S. Vincenzo di Lerino

A PITO DE PERRO 2parte



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Oviedo

Siamo a Oviedo finalmente e nel Museo Archeologico (= pietroni & sassi) Andre troverà appagamento fisiologico e mentale. Prima ci permettiamo una visita alla cattredrale, gotica al punto giusto, con celebrazione liturgica in corso, con posticciate laser a mostrare ologrammi di robaccia in oro e pietre preziose. Ne usciamo comunque arricchiti culturalmente. Io intanto cerco un cesso, Andre invece il Museo dei Pietroni.

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Anche Oviedo è una bella città, con la sua brava cattedrale gotica e il suo bravo ayuntamiento. Il museo di belle arti (c’è pure un Picasso) era aperto; all’ufficio informazioni turistiche c’era una gran bella ragazza, tra l’altro. Con la mappa che mi ha dato (solo quella) abbiamo facilmente raggiunto la mia meta, il museo archeologico che… era chiuso (o meglio, aperto; ma che dico aperto, sventrato) per restauri e ampliamento! E i pietroni? E le collane celtiche? E la collezione di armi? AAAAAAARGH!

Povero ‘hermano pequeño’ è già il 4° museo archologico che non riesce a visitare!! Il ragazzo, dopo alcuni passi con la mente e lo sguardo perso nel vuoto, decide che è giunto il momento di inkazzarsi un po’. La mia imitazione di Aigor riesce a calmarlo un pòm, almeno fino a quando non faccio la battuta del ‘…potrebbe piovere!’ Decidiamo allora di visitare il Museo delle Belle Arti, che poi tanto belle non sono, perché le sculture esposte (a parte una) facevano abbastanza schifo.

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Va be’, pazienza. Il lato positivo è che siamo già partiti per ‘A Coruña. Il lato negativo è che non ci siamo mai arrivati. Siccome la guida dava ad A Coruña un solo campeggio, e per giunta caro, abbiamo puntato direttamente su Santiago de Compostela e che useremo come base per l’esplorazione della Galizia. Tra un po’ forse andremo a cena.



Santiago de Compostela

Arrivati in campeggio troviamo subito due ragazzi di Brescia. Hanno fatto il cammino de Santiago in camper, ma così ‘son buoni tutti!!’

Dopo tre giorni passati in giro, è bene scrivere un po’. Ci siamo alzati col proposito della 'bbotta de' cultura'. Veloce colazione, lentissima doccia e a piedi fino in centro città, meno di due km, una passeggiata. In tutti i sensi. A Santiago siamo arrivati alla fatidica cattedrale, bellissima, tra l’altro, da dietro, per viuzze molto laterali. Un’entrata trionfale dal davanti sarebbe stata da pecoroni, eh! Durante la giornata ci siamo entrati più volte da più entrate differenti, e ogni volta ci siamo seduti sulle panche a riflettere e a discutere di massimi e minimi sistemi; praticamente, dalla natura della divinità al modo più turpe di frodare la legge. All’esterno, sul piazzale, torme di scout, pellegrini, volgari turistacci (riconoscibili dalle pacchianate acquistate sui banchetti) e la mitica Tuna Compostelana, i goliardi locali. Sotto l’altare maggiore c’è una bella urna d’argento, romanica credo, che contiene delle ossa che, pare, siano quelle di San Giacomo Apostolo. Ora, noi non sappiamo né possiamo sapere se lo siano davvero, e la prendiamo per buona; ma se non lo fossero, sai le risate che si stanno facendo San Giacomo e il vero proprietario?

Negozi pieni di pacchiani souvenir religiosi. Quando un pellegrinaggio, un cammino dello spirito, diventa business. E la Chiesa ne è in mezzo. Sto finendo il cloro.

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Comunque, cercando l’uscita dalla cattedrale siamo finiti nell’allegato museo, molto bello anche quello, una visione d’insieme di più di mille anni di culto del santo. Interessante la collezione di monete da tutta Europa. Trovata finalmente l’uscita era ormai ora di pranzo che, fedeli alla linea, abbiamo consumato nel posticino più oscuro di una via sbrilluccicosa: pochi indigeni, noi unici stranieri (questo fa molto viaggio) e abbiamo speso pochissimo. Gironzolando poi siamo andati a visitare il museo del popolo gallego, molto interessante anche quello, soprattutto per chi, come me, ha velleità antropologiche. Interessante anche architettonicamente: all’interno c’era una tripla scala a chiocciola degna di Harry Potter. Confondeva non poco.

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Avendo ancora tempo, decidiamo di andare a visitare la ‘Casa della Troya’. Che non sappiamo bene cosa sia, ma il nome ci ispira. In realtà (deformazione professionale) non è altro che un progenitore del bed&breakfast, algi inizi del secolo scorso, frequentatissimo dagli studenti. Uno di loro, infatti, scrisse un romanzo proprio su quella casa e allora quelli di Santiago si bullano un po’.

Non so e esiste in italiano, però l’ho comprato. Non ho resistito! Almeno faccio pratica.
La fase culturale infatti della giornata si è conclusa alla ‘Casa de la Troya’che, contrariamente a quanto possano pensare i più maliziosi, è uno studentato d’epoca, ovvero un ‘tetto sopra la testa’ per gli studenti universitari tra fine ‘800 e inizio ‘900. Forse una delle cose più interessanti della giornata, anche perché abbiamo visto come sono fatte dentro le case tra le quali abbiamo girato per ore. Non parliamo poi della tipa che faceva da guida!
La giornata compostelana è continuata perdendoci. E come se no? Siamo anche finiti sulla superstrada!

Ho proposto io la direzione, dicendo che sapevo quel che facevo, che non c’era problema. Andre mi ha fatto puntigliosamente notare che l’ultima volta che avevo detto ciò eravamo finiti su una superstrada a piedi. Il tutto mentre una coppia di italiani ci ascoltava cercando di nascondere la loro risata. Ci siamo fatti riconoscere come sempre. Scena vigliacca di fine serata: coppietta che passeggia, io e Andre dietro a cercare di capire se lei aveva gli slip o il tanga. Passa un’auto, i due tipi a bordo si voltano, entrambi a guardare la tipa (era veramente carina). Io invece guardo i due tipi in auto, sgamati in pieno. i due capiscono che io e Andre stiamo seguendo la tipa. Ci guardiamo, sorridiamo, tutti complici, il tutto in pochi secondi. E’ ora davvero di rientrare. Ci sta ancora una birra, prima della solita resa narcolettica.

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La Coruña

Arrivati in città, comincio subito a fare da guida al mio ‘hermano pequeño’, facendogli notare le numerose verande in vetro tipiche di questa città, dove i raggi du’ sole si ssshhhpappulano contro creando degli effetti di luce che talvolta ti ssshhhpappulano ‘i occh’. Ma Andre oggi ha un unico scopo: visitare i pietroni.

Finalmente ho fatto overdose di pietroni. C’era un bel museo storico-archeologico, installato in un forte sul mare, con reperti celti, romani, anche pezzi di un certo livello, come certi pugnali di bronzo. Poi, per ripararci dalla pioggia, siamo entrati nel museo militare, dove abbiamo trovato armi e divise di vari periodi e luoghi. C’era anche un cappello da sottotenente del 6° Alpini! Ero in brodo di giuggiole (non capivo più un cazzo, insomma)! Nella sala delle armi non poteva ovviamente mancare ‘l’arma preferita dal nemico, fa un rumore caratteristico’, il kalashnikov. La signora della reception, gentilissima, ci ha dato anche delle cartine della città e degli ottimi consigli, soprattutto in merito ai parcheggi gratuiti.

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Dopo aver mangiato una bella fritturona, li abbiamo almeno in parte seguiti, togliendo la macchina dal parcheggio a pagamento e mettendola in uno libero ai piedi del mio pietrone supremo della giornata: la Torre di Ercole! Pezzo forte, con il suo parco, di una visita ad A Coruña. Per quanto pare che già anticamente le navi fenicie facessero riferimento a un fuoco acceso su una torre di pietre in quello stesso luogo, la torre è un faro romano (l’unico ancora in piedi e in funzione) rimaneggiato e restaurato più volte nel corso del tempo. La leggenda vuole che sia stato costruito da Ercole sulla testa di Gerione, dopo che l’aveva ammazzato per fregargli le famose vacche, o buoi che dir si voglia. Si poteva anche andare dentro! In cima, un vento che portava via. Letteralmente. Il parco è molto bello: oltre a sculture più o meno apprezzabili, c’è una rosa dei venti con rappresentate, in lingua originale, le sette nazioni celtiche d’Europa (Scozia, Galles, Bretagna, Irlanda, Man, Cornovaglia, Galizia) più la fenicia Tartasso (vicino a Cadice, ma solo perché gli avanzava un posto, secondo me); e uno splendido recinto in stile moresco, ex cimitero per soldati marocchini dell’esercito spagnolo morti durante la guerra civile (ora traslati nel cimitero della città), con tanto di sacello orientato verso la Mecca, trasformato in ‘Casa delle Parole’.

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Sui muri sono riportati brani di varie opere che parlano della città, anche in latino e irlandese, e vi sono scritte tutte le parole spagnole di origine araba. La giornata non poteva finire in modo diverso da uno stupendo tramonto al Capo di Finisterre, che tecnicamente non è il punto più occidentale d’Europa, né di Spagna, ma di sicuro è emozionante, a cominciare dal nome.

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Tra l’altro, voglio credere di aver identificato il punto dove si dice che anticamente ci fosse un altare del Sole. Ora c’è la solita croce, ma la roccia sottostante è molto particolare: sembra abbia una rampa per salire. Deliri da storico.

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Il ritorno è stato a dir poco picaresco. Senza la cartina ufficiale (e dettagliata), con quella piccola della guida, seguendo la luna, l’istinto e l’idiozia, siamo arrivati in campeggio dieci minuti prima che chiudessero la sbarra, ed evitando così di dover fare ben cinquanta metri a piedi per andare a prendere la macchina alla mattina. Abbiamo sbranato un enorme panino al bar del campeggio,

…un panino con cipolla vigliacca e birrone gelato. e gelato…

…giusto un minuto prima che ci mandassero a cagare, e siamo crollati come pere.

Mi rimane qualche dubbio sul retrogusto di cipolla dirante la notte, ma who cares? siamo tra gentiluomini, si sopporta e basta.



Pontevedra

Questa mattina, consueta colazione e doccia infinita (Santiago è freschina di notte); con però la nebbia! Mah… Ditemi voi se devo fare 2000 km per ritrovarmi nella nebbia. Abbiamo impacchettato tutto abbastanza alla svelta e ci siamo diretti a Pontevedra. Roby parzialmente in pigiama. Anche questa è una bella città, con un bel centro storico e delle belle piazze. Ma riteniamo che in questi giorni gli abitanti abbiano alzato un po’ troppo il gomito. C’era gente ubriaca alle 11 del mattino, e coriandoli e puzza di piscio ovunque.

La città è carina, con il solito intrigo di vicoli nella città vecchia. Non c’è quasi nessuno in giro, ma ci sono chiari segnali di una festa della sera precendente. Verso le 12 la città si anima, tra la messa di mezzogiorno e la banda del paese in camicia hawaiana e calzoni corti che suona ininterrottamente per le strade della città.

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Molto simpatici. C’è una chiesa, dedicata alla Madonna dei Pellegrini, a forma di conchiglia. Bella, ma non ne possiamo proprio più di conchiglie!

Finalmente c’è il sole, musica, vita. Mezz’ora di strada e tutto ciò che cerchiamo è una spiaggia, per ssshhhpappularci sotto l’ombrellone, che abbiamo. Le intenzioni sono molto accidiose. Andre russa, io mi mangio un gelato.

Trovare poi un campeggio con del posto è stato relativamente arduo, ma alla fine l’abbiamo trovato, nei pressi di Vigo. È un campeggio gigantesco! Dopo un altro mega-panino, e la commiserazione per una coppia di italiani che neanche provava a farsi capire con quelle tre parole di spagnolo che sanno tutti, è giunta l’ora di zzzzzzzzzzzzzzzzz



Vigo

Ieri abbiamo visitato Vigo che, a dirla proprio tutta, non offre granchè. È un’enorme città moderna, famosa per il porto e le ostriche, che abbiamo visto in vendita (le ostriche, non il porto), ma che secondo me faceva troppo caldo per mangiarle. Il quartiere dei pescatori è ‘tipico’ (ovverossia non troppo ben tenuto, ma simpatico). E poi è ripidissimo. Aria di casa, per me. Visto che stavamo per lasciare la Galizia, abbiamo cercato qualche souvenir non eccessivamente pacchiano. Roby voleva la felpa di una squadra (non trovata la taglia), io una spilla per il cappello. Nel negozio c’erano le onnipresenti pacchianate: la migliore in assoluto era un veliero fatto tutto di conchiglione (vele comprese!). E da lì è iniziato il nostro viaggio di ritorno.



Valladolid

400km da fare, se guido io ci mettiamo 4 ore. E invece ce ne mettiamo 3 e mezza, compresa sosta benzina-pipì-birra-caffè in autogrill semidimenticato da Dio. Dove siamo diretti non ci sono campeggi, quindi l’intento è di andare in ostello o, al massimo, in albergo.

E facciamoci ‘sta bbotta de vita! Seguendo le indicazioni della guida abbiamo trovato un bell’alberghetto, ma il parcheggio a Valladolid è difficilissimo, per non dire inesistente, ed è piena di sensi unici. Così, per raggiungere il solito garage interrato, la cui entrata era venti metri dietro di noi, convinti che bastasse fare il giro dell’isolato, abbiamo errato per l’intera città. Alla tipa della reception, alla quale mezz’ora prima avevo detto ‘vado a parlare col mio amico’, ho detto ‘ci siamo persi per le vie’. Lei ha riso, ma secondo me ha pensato l’equivalente castigliano per ‘pirla’. Pazienza. E comunque, come darle torto? Cambiati e rinfrescati, siamo andati a cercare un luogo ove sfamarci, girando a cazzo[tm] per le vie della città quando finalmente (e, è ovvio, casualmente) ci siamo trovati davanti ad una vecchia amica: la Meijollnera, il posticino dei muscoli di uguale a quello trovato a San Sebastian! Che, a questo punto, posta un’ignoranza di fondo, riteniamo essere una catena. E una delle nostre preferite, direi. Mangiatona fenomenale, conto ridicolo, roba che in Italia, con tutto il rispetto, ti ci levano la pelle.

Nessuna esitazione: 2 porzioni di patatas bravas doble (quindi x 4), ‘purpo’ alla vinagreta (cioè all’aceto) e un litro a testa di birra. Se ci aggiungiamo i succhi gastrici, il nostro stomaco doveva essere a metà tra un nocciolo nucleare e l’anticamera dell’Inferno.

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Un’ulteriore cazzeggiata si rivelava alquanto fuori luogo, pieni come eravamo, così ce ne siamo andati in albergo; tanto eravamo stravolti. Però c’è stato di guardare ‘Dal tramonto all’alba’ in spagnolo. Delirante. Ci siamo alzati a un’ora normale, ma la città era assolutamente deserta. I castigliani prendono la domenica molto sul serio. Siamo andati per musei. Il museo civico è ricco, tra le altre cose, dei miei cari pietroni. C’è anche una zanna di mammuth. Poi la casa-museo di Colombo, che in pratica è dove è morto. Io sono un sostenitore della teoria che Colombo sapesse dove stava andando, pur avendo un tantino sbagliato i calcoli.

…cercava la via per le Indie, si è trovato il Nuovo Continente tra le palle.

La nostra giornata a Valladolid è continuata sulla solita panca di una chiesa a discutere, una volta tanto, sull’architettura della chiesa stessa, la cattedrale. Poco dopo, però, il prete di turno, spuntato dal nulla (si ipotizza la classica botola nel pavimento) ha iniziato la messa e, come turisti, siamo usciti. Passi la ‘cattolicissima Spagna’, ma fanno messe a ogni momento! A ora di pranzo abbondantemente passata siamo andati a mangiare dal chiosco che c’è nel parco. Forse abbiamo speso un po’, ma eravamo sotto un pergolato, con birra ghiacciata (e quando dico ghiacciata, intendo proprio ghiacciata) e pavoni in giro.

La cena della sera prima è già andata nelle fogne della città, quindi non è più un problema nostro.



Burgos

Trovato facilmente il campeggio, ci siamo svaccati a bordo piscina in modo definitivo...

...a fare quello che ci riesce meglio: nulla.

Burgos è splendida! È valsa proprio la pena fermarsi. Come temevamo, col Cid ci sballano di brutto: statua, tomba, bar, negozio di ferramenta, eccetera. La città vecchia è bella, ordinata, troppo ordinata. Roby se n’è innamorato. Anche perché il museo archeologico oggi è chiuso e io non ho potuto dare di testa, maledizione. Notevole soprattutto la cattedrale…

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…l’unica del viaggio a pagamento, ma comprensiva di guida illustrativa, museo di oggetti preziosi ecclesiastici, chiostro. Soldi ben spesi, anche se per il solito contestabile business clericale. In ogni caso, Burgos mi piace come città, più delle altre direi…

Dopo la visita alla città ci siamo ssshhhppappulati sotto un enorme albero nei pressi del ‘castillo’…

…che offrivano un’ottima ombra, veramente deliziosa e una ‘pescata’ copiosa non ce la leva nessuno.



Saragozza

Roby ha pensato bene di tenermi all’oscuro del pessimo rapporto che ha coi pernottamenti in quella città. In pratica, già in precedenza aveva dovuto dormire in macchina. C’è l’Expo, a Saragozza, belin!, un casino a trovare posto. Intanto ci siamo fatti un giro panoramico per la città. Alla fine abbiamo deciso per la drammatica ‘whitenight’…

…la famosa notte in bianco.

Mi inseguiva da un anno. Ultimo tentativo di pernottamenti presso un albergo sull’autostrada (accantonato poiché carissimo), e cena in autogrill, seconda stella a destra e poi dritti (quasi) fino al mattino. Il pernottamento, alla fine, si svolgerà brevemente dietro una stazione di servizio, a lato di una stradina sterrata con l’inquietante cartello ‘Riserva privata di caccia’. Buonanotte, se così si può dire.



Barcelona

Per me era la sesta volta a Barcellona, ma due passi fino alla Sagrada Familia sono sempre d’obbligo, anche solo per vedere a che punto è. Poi Roby non l’ha mai visitata.

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E continuerà così ancora per un bel po’, se tutte le volte ci troviamo trecento metri di coda! La decisione è stata facile: è ora di pranzo, andiamo al ‘Cosmos’ per la solita paella. E nel tornare verso la rambla, a un certo punto (‘tranquillo, non c’è problema! Ci peeenso io!’) ho sbagliato strada e mi sono perso. Poco male.



Jamon Serrano

A Barcelona ci siamo risolti a compiere l’unica commissione prevista dalla vacanza: i regalini. Ovviamente, cosa possono regalare due idioti in giro ‘a cazzo di cane’ per la Spagna, se non dei prosciutti? Quindi, quasi tutta la rambla con calma e poi a capofitto dentro il mercato coperto. Il problema, come tra l’altro confermatomi via sms da un amico, è che Barcellona non è zona da ‘Serrano’, ma da ‘Iberico’ (me l’ha detto il mio amico Dade). Comunque, dopo aver tirato il pacco a una che voleva farceli pagare con anima (‘andiamo a fare bancomat, perché non ce li abbiamo tutti, e torniamo’. Fidati!), li abbiamo trovati ad un prezzo ragionevole. Scena successiva: i due idioti che portano tre pesantissime zampe di porco in giro per la rambla, perché, naturalmente, la macchina era dalla parte opposta. A quel punto, una scorrazzata ci stava.



Christian

La domanda è stata delle migliori: ‘Andre, in una parola, come definiresti la giornata di oggi?’ Risposta: ‘Assurda’.
Abbiamo maturato l’intenzione di trovare un biglietto per il traghetto per Zena o, in caso contrario, di spararci (in faccia) tutta la Francia a canna. Di nuovo. Fino alle 10 siamo stati davanti alla biglietteria a menarcelo, in compagnia di altri ragazzi italiani, per sentirci dire che lo sportello per Genova avrebbe aperto alle quattro del pomeriggio. Reazione stizzita e irripetibile di Roby, con decise inflessioni dialettali.
Dopo pranzo, con vista sulla f…RAMBLA!, abbiamo ritentato la biglietteria. I ragazzi trovati alla mattina ci hanno proposto di fare comitiva per pagare meno, ma per due giorni dopo, e poi ci mancavano ancora due persone. Mentre io spiegavo Capo Nord a un motociclista, un ragazzo chiedeva a Roby se ci saremmo voluti unire a lui nel prendere la cabina, con i veicoli a un euro. Fatta! Si chiama Christian, è di Piacenza ed è completamente pazzo.

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Ha girato mezza Francia e mezza Spagna in Vespa, da solo. Birretta per festeggiare, roba della Vespa in macchina, e imbarco. Prendiamo posto nella nostra cabina (pagata meno della poltrona, tra l’altro) e cominciamo con le ovvie congetture sull’occupante del quarto letto. La più gettonata era la svedesona, possibilmente troia. Infatti è entrato un ragazzo barbuto, probabilmente con le medesime speranze nostre. Si chiama Roberto, è di Padova ed è completamente pazzo pure lui. Ha fatto un giro simile al nostro, ma ha perso un compagno di viaggio per innamoramento e l’altra per abbandono. In pratica, uno ha trovato la tipa, e l’altra l’ha mollata lui per strada perché rompeva i coglioni. Mangiamo, cazzeggiamo e poi a letto.

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Il ritorno

L’assurdità ha lasciato il passo alla solita Accidia.

Stanotte abbiamo ballato un bel po’, nel solito Golfo del Leone. In realtà non abbiamo sofferto il mare. Rompeva però parecchio le palle l’anta dell’armadio che sbatteva. A un certo punto (mattina presto) parte l’altoparlante: ‘Esercitazione! Squadra Falco ai propri posti’. Un sommesso ‘Va’ a cagare!...’, mio, incorona la neonata squadra Falco: noi quattro. Il resto del viaggio è stato all’insegna di questa cazzata, sia mentre prendevamo il sole sul ponte, che mentre mangiavamo o semplicemente dicevamo belinate. Abbiamo così fatto amicizia con i nostri nuovi compagni di viaggio, che obiettivamente sarebbe stato grandioso beccare all’andata.

A un certo momento spunta Portofino! Casa!
Siamo sbarcati in orario, Roberto è partito subito per Padova, noi e Cristian siamo andati a Castelletto a farci una birra e un gelato e a ricaricare la Vespa. Poi Christian è partito per Piacenza e noi siamo passati da casa mia a prendere un po’ di robaccia, e a Lavagna per cena.

El Diablo ha eseguito la consegna: trenette al pesto, polpo e vino bianco.

firma andre gialloes08 foto29firma roby giallo






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