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Giovedì 17 ottobre 2019, S. Ignazio d'Antiochia

A PITO DE PERRO 1parte



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...raccontato da Andre, rovinato in corsivo da :cox:



Con due telefonate abbiamo organizzato la vacanza.
L’auto è carica in maniera decorosa. Sappiamo benissimo che in poco meno di due giorni sarà un bailame di dimensioni epiche. Sappiamo per certo la zona che visiteremo, per il resto andremo a sentimento. Una delle due telefonate è servita solo a stabilire questa filosofia di vacanza e la sua relativa traduzione in spagnolo. Si va in campeggio, finalmente. O per lo meno così pare.


Questa vacanza, una settimana prima della partenza non era ancora organizzata. In conseguenza, solo il titolo è stato definito concettualmente: un giro a cazzo di cane. Però era senz’altro meglio metterlo giù in spagnolo, o almeno presunto tale. Chi meglio di Bea avrebbe quindi potuto fornirci la traduzione corretta? Ma la traduzione corretta, ‘mu malamente’, pur con tutto il bene che vogliamo a Bea, non faceva ridere. Spero non si offenderà se la chiamiamo...

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On fire ‘thru Frans

La partenza è avvenuta secondo i piani, quindi meglio delle anche più rosee previsioni… Come sempre, certi della direzione da prendere!!

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Pieno a Dalp (la macchina), Alhambro (il geko) come direttore generale sul cruscotto. L’auto è in ordine ma siamo fondamentalmente appena partiti. Stiamo attraversando questa nazione fetente e non abbiamo nessuna intenzione di fermarci troppo a lungo. Siamo in perfetto orario su una tabella di marcia che ancora non abbiamo, ma va bene così. Sto guidando io perché Andre discute i termini per la divisione dei beni con la sua Accidia. Nello specifico, ‘pesca’, cioè dorme. Ci fermiamo a mangiare in un specie di autogrill a Montpellier e io non perdo occasione di far notare quanto questi fetenti siano lenti nel servire le persone. Li guardo con disprezzo, non meritano altro. Ripartiamo e sto sempre guidando io, dialogando amabilmente con l’Accidia di Andre perché lui dorme ancora. Gli chiedo il cambio per un’oretta, giusto il tempo di riposarmi un po’. Dopo il mio pisolino mi rimetto alla guida. Mi accorgo che siamo ancora lontani dalla meta, servirebbe una guida più ‘decisa’. Aspetto che Andre si addormenti, non ci vorrà molto, poi guido a modo mio. 300km in due ore. Siamo arrivati a San Sebastian. L’unico campeggio della zona è pieno, ripieghiamo in albergo. Dopo una tirata del genere, in fondo ci sta.


Abbiamo trovato un bell’alberghetto con vista sulla città basca di San Sebastian, doccia, ristorante e morte spirituale. Tra l’altro, i letti erano comodissimi! Comunque, zero voglia di montare la tenda.

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San Sebastian

Questa mattina ci siamo alzati belli freschi alle 8 e, dopo una bella colazione, ci siamo goduti la visita della città. Che è molto bella, specialmente la parte vecchia, dove abbiamo ovviamente scovato un ottimo posticino che faceva i muscoli in vario modo, anche se alla fine noi abbiamo mangiato un enorme panino. Poi, per digerire, una bella passeggiata sul bagnasciuga della baia di Concha. Era dai tempi dell’Irlanda che non mettevo i piedi a bagno nell’Atlantico. Devo dire che ho gradito. Poi ci siamo recati all’unico campeggio della città, che è un po’ fuori, a vedere se c’era posto. Beh, non c’era. Il nostro proposito di usare San Sebastian come base per qualche giorno è andato rispettosamente a farsi fottere, così ci siamo trasferiti direttamente a Pamplona.

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Incredibile ma vero, abbiamo fatto il plenning di viaggio. Ieri sera, quando eravamo stanchi e alticci, ma dovrebbe essere risultato un buon programma. E stamattina, già che è pagata, si svaligia la colazione dell’albergo, poi scendiamo in città. Da guida turistica, le cose da visitare sono: la città vecchia, il promontorio fortificado e una pseudo-romantica camminata per la lunga spiaggia. Missione compiuta, tra un posticino veramente speciale e una cena a base di carnazza a Pamplona, dove siamo arrivati giusto in tempo per montare la tenda e fare un tuffo in piscina, prima che nubi nere cariche di pioggia, meglio conosciute come l’Apocalisse, si abbattessero sulla zona. L’auto sta prendendo sempre più le sembianze di uno sgabuzzino. Siamo seduti in macchina in attesa che finisca il diluvio, stiamo giocando a scacchi. Vinco io, inspiegabilmente.

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Il campeggio è bello, ha anche la piscina. Che ci ha accidiosamente accolto prima che diluviasse formato apocalisse. Dopo cena Roby è già collassato.



Pamplona

Belin, è bella Pamplona, però! Oggi, svegliati in modo degno di un film di Romero, abbiamo fatto colazione e siamo andati presto in città. La parte moderna è ordinaria. Troppo ordinaria. Invece la città vecchia è molto bella: viuzze, belle chiese, notevoli opere di ingegneria militare, un pezzo del cammino di Santiago. Abbiamo visitato una chiesa, San Saturnino credo, che in realtà erano… due chiese, una gotica e una barocca, perpendicolari e unite per l’entrata. Poi abbiamo visitato il Museo di Navarra, e ci siamo fatti tutto il percorso dell’Encierro, la famosa corsa dei/coi tori. Naturalmente, anche qui abbiamo trovato dei posticini, due per la precisione, uno accanto all’altro, dove si mangiano degli ottimi pinchos. La scelta è stata straziante, tra quello coi prosciutti appesi e quello con fuori il vecchietto basco. Il vecchietto ha infine prevalso. E al pomeriggio, un po’ per il caldo, un po’ per i pinchos, un po’ perché la città era finita e il parcheggio costa, ci siamo giocati una pescata di quattro ore dalla piscina del campeggio. Accidia 2 – Andre&Roby 0. Stasera, dopo aver mangiato in centro (non potevo perdere così quello dei prosciutti), consueta birretta, consueto diluvio. E consueta partita a scacchi (ho vinto in meno di dieci mosse); e poi partita a biliardo. Lì vince più spesso lui, infatti mi ha battuto sulle ultime palle. Eh, belin, come fa girare le palle lui… Ora, ore 00,44, lui è già off. Io lo seguo a ruota.

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Due le missioni a Pamplona: visitare il centro storico e fare l’Encierro. La città vecchia come sempre è molto bella, peccato che le chiese fossero chiuse ai visitatori. Andre quindi si è quasi spontaneamente offerto per fare la parte del toro nell’Encierro. Prima facciamo un giro nel piccolo museo storico, dalla preistoria al xx secolo. Ma Andre già scalpita, è pronto per la corsa taurina più famosa al mondo. Dopo la foto di rito, ‘libero la bestia’. Nessuno dei due sospettava che tutto il percorso fino all’arena fosse in salita! Arrivati alla plaza de toros, Andre non è stato inspiegabilmente ‘matado’, ponendo però fine al nostro Encierro.

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Stanchi per questa fatica e convinti dalla nostra immancabile Accidia, siamo tornati in campeggio per rilassarci in piscina. La solita ‘pescata’ prima che la solita Apocalisse si abbattesse di nuovo sul campeggio. Il Caos in auto regna sovrano e si divide il potere con l’Accidia. Presto saremo a Bilbao, la nostra prossima tappa.




Bilbao

Piove. La solita Apocalisse ci accoglie a Bilbao, meglio conosciuta come ‘Bilbo’, per gli amici ‘Bibbbao’. Qui sono tutti cattivi, hanno manie indipendentiste e non ci pensano un secondo a sparare o a farti saltare in aria con l’auto. Scherzi a parte, la città è carina ma non sembra essere troppo sicura.

…e via verso nuove avventure! Nella fattispecie, Bilbao. Anzi, Bibbbao. Che qui chiamano Bilbo. Seguendo la guida abbiamo raggiunto un alberghetto in centro, forse l’unico con parcheggio privato e ‘aggratisse’. Chiedendo al gestore informazioni sulla città, cosa vedere etc, ci a vivamente sconsigliato di passare per una zona che ha definito ‘ghetto’, ‘piena di puttane e spacciatori’, ‘pericolosa’, ‘vi scippano’. Infatti, ci eravamo appena passati per raggiungere l’albergo. Due volte. I soliti belinoni. Lasciata la macchina, ci siamo visti il Casco Viejo (la città vecchia) e abbiamo pranzato nuovamente a pinchos, nella Plaza Nueva. Il bello dei pinchos, o come si scrive in basco pintxos, consta nella variabilità. Ogni localino fa i suoi, quindi a chiedere un piatto misto di pinchos mangi sempre cose diverse. È matematico.

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Dopo pranzo abbiamo trionfalmente attraversato il fiume e la città nuova, e siamo andati a visitare il pezzo il pezzo forte di Bilbao: il Museo Guggenheim. A dirla tutta, meriterebbe una visita solo per l’architettura. Curve sinuose e all’apparenza casuali, come quando si scarabocchia al telefono, pietra, titanio… molto bello. Oltre ad alcune installazioni permanenti, c’era una mostra su Muñoz, particolare, devo dire non ho apprezzato appieno; e poi una sul surrealismo, con opere da De Chirico a Dalì, anche questa molto bella. Una gran botta di cultura, insomma. La giornata si è conclusa nel più classico dei posticini dopo una bella passeggiata sul lungofiume e una breve sosta in albergo. Nuovamente in albergo, ci apprestiamo al collassone, comodi, puliti, addirittura rasati.

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Nel nostro giro della città arriviamo al museo Guggenheim e in uno slancio di cultura decidiamo di visitarlo. Il museo presenta capolavori di arte moderna, che a me fanno profondamente incazzare perché se li facessi io sarebbero delle porcate immonde che neanche art-attack approverebbe, invece se li fa quel determinato artista omosessuale e cocainomane allora sono capolavori d’arte. Bel museo però, interessante laretrospettiva su Muñoz. Diffidate delle retrospettive: un artista che espone le sue opere e ci mette più di 5 parole per spiegare la sua porcata. Retrospettiva. Andiamo via da qui.



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I nostri info-point in Italia ci segnalano la presenza di due campeggi. Mi sembra di essere Matrix: ‘operatore: campeggio!- -Eehh??- -Puppa!- Al camping Cabo Mayor c’è posto, piove. La nostra solita, consueta Apocalisse ormai ha fatto amicizia con il Caos in auto e l’Accidia latente. Tuttavia oggi l’Accidia ha un po’ di accidia, quindi ne approfittiamo per visitare la città in lungo e in largo. Soprattutto in lungo, perché vogliamo andare a vedere il Monumento alla Vacca, dall’altra parte della città. Foto di rito, vere e autentiche ‘vaccate’, ritorniamo verso il centro. Andre nota una posticciata che capiamo essere la cattedrale. Il ragazzo è stanco e mi diventa blasfemo. Lo divento pure io quando noto in chiesa nr. 16 schermi al plasma per seguire meglio la messa. E se i soldi di quegli schermi Sony fossero andati, che ne so, alle missioni? Cloro al clero, l’ho sempre detto. Ci vuole una birra defatigante.

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Siamo arrivati a Santander in tempo per sistemarci in campeggio (receptionist bionda, occhi azzurri, bona) e dirigerci in centro. Qui in Spagna i parcheggi sotterranei spuntano come funghi, e noi ne approfittiamo. Ci caghiamo la macchina (carica) tutto il giorno, paghiamo poco, e via. Santander è la tipica città di mare: porto, cantieri in lontananza, banche, spiagge. Un bel centro, non troppo storico in verità, e molti edifici liberty, un bel lungomare e… molti posticini. Solo l’imbarazzo della scelta. Tra pranzo e cena ne abbiamo trovati due validissimi. Sono rimasto invece deluso dal non poter visitare il museo archeologico, che pare abbia una delle collezioni paleoantropologiche più importanti d’Europa. Sassi, insomma. Ma di quelli interessanti, però. Era chiuso, e non c’era scritto perché. Uffa. C’era però, in una piccola struttura dell’autorità portuale, una mostra sulla visione della guerra da parte di Goya, asciutta, senza fronzoli. Molto interessante. Poi, dopo una lunga passeggiata attraverso il quartiere dei pescatori, siamo andati a fare qualche foto al Monumento alla Vacca. Potevamo forse noi perdere una simile occasione? Dopo abbiamo visitato la cattedrale, che è divisa in una chiesa alta, una bassa e uno splendido chiostro; e lì ci siamo messi a discutere di teologia, dottrina, giubileo e cloro.

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Ne approfitto per leggere sulla guida cos’altro si può visitare: l’Acquario y Museo Maritimo del Cantabrico de Nuestra Señora de la Madona Incoronada e la Peninsula de la Magdalena Nuestra Señora etc.etc.etc. Prima però dobbiamo affrontare un altro problema: la cena. ‘Paella especial por dos personas’. Meno mal che Andre y jo g’avemos dos estomacos da competiciones, perché la porzione era veramente abbondante. Non c’è stato il dolce, non dico altro. Per non parlare del litro e medio de sangria con cui l’abbiamo ‘accompagnadas’!!

Una paella sconfinata, con broccona da 1,5 di sangria. Questo fa molto Spagna. Siamo tornati in campeggio relativamente presto, llenos como huevos (l’ho detto al cameriere, ha riso), doccia e a letto. Domani vedremo il museo marittimo, e poi via. Ho un unico rimpianto: da qui partono i traghetti per l’Inghilterra. Sarebbe stata l’apoteosi della zingarata. ‘Com’è la Spagna?’ ‘Bella!’ ‘Dove siete adesso?’ ‘Plymouth!!!’ …ma Roby non vuole, uffa.



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Visitiamo il Museo Maritimo, un tipo magro, brutto ma simpatico ci dice come visitarlo e che alle 12 daranno da mangiare ai pesci. Squali e altri di vario genere, per la precisione. Non abbiamo capito se ci chiedessero aiutare o assistere. Assistiamo solo, purtroppo.

La cernia, dopo qualche boccone, ha iniziato a tenere un signorile distacco. Gli squali invece, sgamatissimi, a un bel momento hanno capito che il sub prendeva il cibo da due secchielli e hanno incominciato a ficcarci la testa dentro.
Sulla Penisola invece ci sono dei recinti/vasche con foche, pinguini e otarie. C’era un’otaria che ‘pescava’ al sole, come non ho mai visto fare a nessuno; a un certo punto, per far vedere che era basta ancora viva, ha tirato su una delle zampe posteriori. Per il resto, è rimasta a pancia all’aria, immobile.

Poi c’era un pinguino con la faccia da pirla e foche che si facevano bellamente i cazzi loro.

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In cima al ponticello, nel palazzo reale, era in corso un matrimonio. Il che vuol dire auto belle (e pulite), tailleur, giacche e cravatte. E decine di turisti di merda come noi, che scorrazzavano per i giardini in braghette e ciabatte. Son soddisfazioni!



Gijon

Ci fermeremo qui diversi giorni, il tempo di visitare, tra l’altro, Leon e Oviedo, poco distanti da qui. Arriviamo in campeggio e montiamo la tenda. C’è il sole, siamo a metà pomeriggio e la nostra inseparabile Accidia ci dice di andare in piscina e restarci senza troppo sforzo cerebrale.

Alla sera abbiamo voluto provare una tipica sidreria. Direi che il riscontro è positivo. Oltre al sidro abbiamo provato anche il cabrales, un ottimo formaggio di capra tipico delle Asturie. Avendo in campeggio montato l’Ecomostro, la mia tendona da cinque, la notte è stata un po’ più comoda, con tutto il rispetto per la tenda di Roby, pratica, veloce da montare ma, ahimè, piccola.



Lèon

…che non è un killer cinematografico ma una città dell’interno. Già andre sballa perché è di origine romana, sede della VII Legio Gemina, e lui quando ci sono queste cose un po’ si eccita.

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Ho risentito della sveglia presto e ci ho messo un po’ ad aprire gli occhi. Siamo andati a visitare Leòn, che oltre a un bel film, è anche una gran bella città, che prende il suo nome dall’essere stata la sede, fino a quasi tutto il I secolo d.C., della Legio VII Gemina. Cosa su cui, a dire la verità, ci marciano parecchio.

Visitiamo la cattedrale e non parliamo stranamente di teologia ma di organisti e di gente che fa le foto quando non potrebbe, cioè io.

La cattedrale è molto bella, goticissima, con le vetrate dominate da uno splendido blu. Davanti alla cattedrale, prossimi a ripartire per chissà dove c’erano alcuni membri di un Guzzi Club, credo di Barcellona, con dei vecchi modelli 65 e 73 cc, in cui ho riconosciuto il mitico Guzzino, ma… fatti in Spagna! Il marchio, infatti, era la nostra cara aquila con la scritta ‘Moto Guzzi Hispania’. Questa non la sapevo, come si suol dire. Errando allegramente per la città, siamo arrivati alla chiesa S. Isidoro, che è su base romanica, ma con aggiunte varie, dal gotico al barocco. Ovviamente era chiusa. Restauri, credo.

Visitiamo la Chiesa-Museo-Panteon, dove una guida simil-nazista dopo 30minuti di spiegazione ci lascia 10minuti di visita libera nel chiostro. Ci ha detto assolutamente di non fare foto. Ma siccome noi italiani ‘dice cose poi fa altre’, io le foto le faccio lo stesso, a rischio della mia stessa vita.

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Il museo del Panteòn (sì, senza h), lì accanto era aperto e, anche se la guida parlava in spagnolo veloce, il succo l’abbiamo afferrato. Lì ci sono le tombe dei re di Leòn, in uno splendido contesto romanico, affreschi originali i cui colori non si sono rovinati col tempo, scene dai vangeli e quant’altro. Ha anche detto che le tombe sono state profanate dai soldati napoleonici, che hanno portato via tutti i gioielli e le cose di valore. Poi abbiamo visto il chiostro, ai bordi del quale erano posti diversi reperti archeologici, tra cui la lapide di un portainsegne della V coorte della legione, morto a trent’anni, di cui sette di servizio militare. Quello a trent’anni aveva già fatto chissà quante guerre e noi a ventinove non abbiamo ancora combinato un belino. Va be’, il museo dei pietroni (archeologico) alla domenica pomeriggio è chiuso, quindi me lo sono perso. Per il resto della giornata abbiamo gironzolato un po’…

…a casaccio.

Siamo tornati a Gijon via strada statale per un bel pezzo, passando per le montagne e soprattutto per il passo di Pajares, 1300 e passa metri, panorama mozzafiato, discesa ripida, tante moto, scimmia di tornarci con due sole ruote. In campeggio, sotto la tenda, piove.

Andre è felice così la sua tenda si lava. Non voglio contestare questa sua teoria, anche se ne avrei da ridire parecchie.



Oviedo, ma anche no: Gijon

Piove, tanto per cominciare.

Un altro balzo di due giorni tra un resoconto e l’altro. Comincia a montare lo scazzo, e la pescheria dilaga. Ci siamo diretti verso Oviedo. Se non che, leggendo la guida, siamo venuti a sapere che le due cose più interessanti (il museo dei pietroni e quello di belle arti) il lunedì sono chiusi. Così abbiamo fatto inversione e siamo tornati a Gijon, per andare un po’ in giro lì. Privi di una cartina, e vedendo in giro tanti manifesti dell’acquario, abbiamo chiesto a dei poliziotti (onta e disonore, chiedere informazioni, lo so!) dove fosse l’acquario stesso. Non lo sapevano. Ci hanno però detto che avrebbe potuto esserein fondo alla spiaggia (lunghissima). Infatti era in fondo alla spiaggia…

…lunghissima.

Quella dopo, però. In mezzo c’era anche tutta la città vecchia, e noi ne abbiamo approfittato per visitarla e per mangiare.

In realtà, la nostra più segreta meta non era visitare l’acquario per vedere gli squali, ma i piranha, uno dei pesci più permalosi e inkazzosi, nonché letali, della storia ittica. La cosa si è rivelata interessante, a perte il fatto che non c’erano i piranha. Ho scoperto però che la cultura ittica di Andre si basa sulle ricette e sui contorni con cui i determinati pesci si possono cucinare: quella è una cernia e si fa al forno, quello è un polipo ed è buono con le patate, quella murena è buona in umido, quello è uno squalo e si può fare fritto, quello è un estintore e lo devo lasciare perdere.

È carina, Gijon. Non ‘sta figata di posto, però carina. Al termine della giornata ce ne siamo tornati allegramente in campeggio, dove abbiamo cenato, come la sera prima, con una bella insalatona. Ma prima ci siamo giocati un giro ‘a pito de perro’ sulle statali a est di Gijon, bellissime, volevamo la moto. Sempre seguiti dai cartelli con la conchiglia del cammino di Santiago, che non abbiamo ancora capito che stracazzo di giro faccia! Poi, noi in tenda, si è manifestata la nostra personale Sacra Trimurti (Caos, Accidia, Apocalisse): noi con la voglia di fare un cazzo, la roba ovunque, e fuori un bel temporalone con allegata tempesta di vento. Alè. Tra l’altro cominciano anche i sogni a sfondo erotico. Meglio dormire entrambi con un occhio aperto.

E’ ormai notte e tira un vento de la Madona Incoronada.






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