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Martedì 18 febbraio 2020, S. Simeone
Associazione Edith Stein
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21 Edith Stein. Per uscire dalla cultura di morte, di P. Vassallo

Piero VASSALLO nel volume in via di pubblicazione “Le ragioni della metafisica” ha dedicato un capitolo a Santa Teresa Benedetta della Croce. Mette a disposizioni questo suo lavoro di particolare significatività. Sara nostra cura informare quando il libro sarà stampato.



Santa Edith Stein
Per uscire dalla cultura di morte

di Piero Vassallo


Un illustre studioso dell’ordine carmelitano, padre Waltraud Herbstrith, ha paragonato il diverso destino di Edith Stein e di Martin Heidegger, agli opposti esiti dell’avanguardia filosofica formata alla scuola di Edmund Husserl: “Quali destini opposti! Edith Stein ha raggiunto presto un’alta considerazione in campo filosofico, ma divenne piccola e umile e cattolica e scomparve nel lavoro silenzioso. ... Heidegger incominciò come filosofo cattolico, ma divenne non credente, si allontanò dalla Chiesa e divenne famoso, il centro corteggiato degli attuali filosofi di professione” .
Un analogo, impietoso paragone è proposto da Cornelio Fabro: “Edith Stein, respinta dagli ambienti universitari ufficiali, vede nel nazismo in ascesa la minaccia dell’Anticristo, deve – umile, inerme carmelitana, abbandonare la Germania per cercare di mettersi al sicuro dall’odio antiebraico di Hitler, ma è strappata dal suo rifugio e muore, con la sorella Rosa che l’aveva seguita nella fede al Carmelo, nella camera a gas del campo di sterminio di Auschwitz tra il 9 e il 10 agosto 1942. Heidegger succede nella cattedra a Husserl e gode dei favori del nazismo: fatto Rettore dell’Università di Freiburg esalta nel discorso rettorale il nuovo orizzonte dell’essere del regime ed, a guerra finita, sfugge ad ogni discriminazione e passa, nel benessere e nell’ammirazione universale, una vita giunta quasi alla soglia del secolo” .
Nel silenzio eroico del Carmelo, dove dettò il suo testamento spirituale, che concludeva nella formula del totale abbandono alla volontà di Dio - “Accetto già con gioia la morte che Dio mi ha destinato, nella più completa sottomissione alla sua santa volontà” - Edith Stein testimoniò lo splendore della vita cristiana, nell’orizzonte “della gioia senza fine, della felicità senza ombre, dell’amore senza limiti, della vita più intensa senza rilassamento” .
In mezzo al fracasso della mondanità plaudente, Martin Heidegger ottenne solo la parte umbratile del confusionario, che contempla sbigottito “la corsa del nulla verso il nulla” .
Ma Fabro ricorda che quando Heidegger salì sulla cattedra che era stata di Husserl, “La Stein con grande rammarico ricordava che il motto dell’Università di Friburgo erano le parole del Vangelo di Giovanni: La verità vi farà liberi. E commentava:«Ahimè, quando si pensa a ciò che li è apprezzato e spacciato per verità c’è da rimanere molto tristi. Codesti maestri tanto elogiati non potranno mai rendere liberi gli uomini» .
Per valutare correttamente le figure antitetiche di Martin Heidegger e Edith Stein è però necessario tentare un’interpretazione della controversa scuola fenomenologica, fondata dal maestro e protettore di entrambi, Edmund Husserl, il matematico convertito alla filosofia da Franz Brentano .
“E’ merito storico delle Ricerche logiche di Husserl, ha scritto Edith Stein, in un saggio dedicato al metodo fenomenologico, di aver elaborato l’idea della verità assoluta e della conoscenza oggettiva, ad essa corrispondente, in tutta la sua purezza, e di aver regolato fin in fondo i conti con tutti i relativismi della filosofia moderna, con il naturalismo, con lo psicologismo e con lo storicismo. Lo spirito trova la verità non la produce. Ed essa è eterna. Se la natura umana, se l’organismo psichico, se lo spirito del tempo si trasforma, allora anche le opinioni degli uomini si trasformano, ma la verità non cambia. Ciò significava un ritorno alla grande tradizione della filosofia” .
Sulla filosofia di Husserl, nonostante alcune occasionali convergenze con la metafisica (peraltro lealmente segnalate da Edith Stein) è impossibile non avanzare le più serie riserve.
“Husserl, scrive Cornelio Fabro commentando un testo di Edith Stein, “ha seguito il metodo moderno che risale a Kant ed a Cartesio il quale, portato alla sua purezza di nulla presupporre (è la Votaussetzungslosigkeit di Hegel, non indicata ma ovviamente presupposta da Husserl a cui la Stein si riferisce) se si vuole vincere il dubbio alla radice, deve ammettere l’immanenza totale, ossia l’identità della conoscenza con il suo oggetto” .
Se non che il valore di Husserl piuttosto che nella teoria si trova nel fervore spirituale, che si costituiva intorno alla cattedra. Da questo punto di vista è impossibile non condividere l’ammirazione che s’impadronì di Cornelio Fabro davanti al “notevole numero di conversioni nell’ambiente universitario che gravitava intorno a Husserl” .
Innegabili appaiono, infatti, i benefici del clima instaurato da Husserl, sia nello sviluppo della metafisica contemporanea sia (specialmente) nella formazione spirituale di Edith Stein: “Dobbiamo al severo metodo di Husserl, riconosce Fabro, la graduale consapevolezza che prese in quest’anima verginale il problema di Dio senza improvvisi colpi di scena, ma anche senza infedeltà, quasi attirata da progressive irradiazioni di uno stesso filo di luce che s’ingrandiva ad ogni tappa” .
Prima che il faticoso e accidentato cammino del neotomismo, da Brentano ad Edith Stein (attraverso la complessa parentesi husserliana) , giungesse all’approdo sicuro del tomismo essenziale, che ha realizzato compiutamente il programma di restaurazione esposto da Leone XIII nella “Aeterni Patris”, fu indispensabile un laborioso processo di chiarificazione.
Il primo atto della ricostruzione tomista fu l’assimilazione dei fermi orientamenti formulati da san Pio X, il quale nel 1914, alla vigilia della morte, ordinò la pubblicazione (poi curata da Benedetto XV) di ventiquattro fondamentali tesi tomistiche.
Il secondo atto fu l’approfondimento delle ventiquattro tesi compiuto da Fabro, il quale, sviluppando l’ingente eredità di San Pio X, scandagliò l’opera di san Tommaso, mostrandone la novità rispetto all’aristotelismo e al platonismo .
Privilegiare i risultati, ultimamente ottenuti da Cornelio Fabro vale a dire celebrare le conquiste che rappresentano la felice conclusione di un lungo e faticoso cammino di ricerca , non esclude il valore e l’utilità dei progressi incerti e parziali, quelli compiuti, per l’appunto, sulla linea Brentano – Husserl - Stein.
Tali progressi parziali hanno, infatti, propiziato l’approdo del movimento tomista alla condizione oggettivamente privilegiata, che oggi autorizza l’ottimismo manifestato dalla “Fides et ratio”.
Lo studioso, che tenta la rievocazione della rinascita filosofica in campo cattolico, non può dimenticare che la storia della restaurazione ha inizio dall’umiliante depressione del primo Ottocento, quando nei seminari non era infrequente la sequela di autori poco affidabili, come Renato Descartes, Nicolas Malebranche, Étienne Condillac e Pasquale Galluppi.
E’ dunque doverosa la stima per Husserl, il pensatore che ha inaugurato una nuova stagione filosofica revocando in dubbio le tesi scettiche degli illuministi.
Come sosteneva Hanna-Barbara Gerl: “Tramite la fenomenologia era riportata nella filosofia una nuova forma d’interrogazione con nuova inflessione che prometteva in particolare all’inizio un nuovo indirizzo fondamentale di pensiero oltre l’illuminismo, indirizzo che metteva in discussione esso stesso in senso scettico le abituali posizioni scettiche” .
La mentalità di Husserl è in sintonia con lo spirito oggettivo e con la carità intellettuale, che improntano esemplarmente l’intera opera di Edith Stein, anche se Edith Stein, giunta a maturità, prese le distanze dalla dottrina husserliana.
Al proposito è opportuno rammentare che Edith Stein non depose la sua sovrana equanimità neppure di fronte ai persecutori nazisti.
Nel frammento autobiografico “Storia di una famiglia ebrea”, scritto per demolire la mitologia razzista e ultimato nel 1939, sostiene infatti che i nazisti hanno fatto degli ebrei “una spaventosa caricatura” ma non esclude che “essa sia stata disegnata con sincera convinzione: forse i tratti imitano modelli viventi. Ma l’umanità ebraica è il prodotto del sangue ebraico tout court? I grandi capitalisti, la letteratura saccente, le menti irrequiete che hanno ricoperto ruoli di primo piano nei movimenti rivoluzionari degli ultimi decenni sono gli unici o anche soltanto i più autentici rappresentanti dell’ebraismo? In tutti gli strati del popolo tedesco si trovano persone che lo negano” .
La totalitaria adesione degli intellettuali ebrei al fronte sovversivo è peraltro una leggenda. Helmut Quaritsch nella ricostruzione dell’inchiesta alleata su Carl Schmitt ha peraltro rammentato l’esistenza di ebrei tedeschi, come l’illustre giurista Erich Kaufmann, allineati sulle posizioni della destra conservatrice .
Edith Stein, che in gioventù aveva subito senza riserve il fascino del pensiero di Husserl, come ella confessa con splendida auto ironia , in età matura accertò e criticò i procedimenti tortuosi e ambigui, le incomprensibili meditazioni cartesiane, le formule verbose del vecchio e sempre rispettato maestro, avvicinandosi all’opinione di coloro che accostavano la fenomenologia al rovinoso criticismo di Kant e all’idealismo: “Già nelle Idee si trova una frase sospetta: se cancelliamo la coscienza cancelliamo il mondo. Negli ultimi anni questa convinzione fondamentale ha avuto un ruolo sempre più importante per Husserl. In effetti c’è un avvicinamento a Kant e una radicale differenza nei confronti della filosofia cattolica, la quale è certa dell’autonomia dell’essere del mondo” .
Poco più avanti, quasi a porre l’accento sulla difficoltà di decifrare l’ultima intenzione husserliana e di formulare un giudizio conclusivo, Edith Stein si corregge, e precisa che “Husserl ha sempre sottolineato che la fenomenologia non è e non sfocia nell’idealismo” .
Rimane dunque sospeso nell’incertezza il giudizio sulla risoluta affermazione di Angela Ales Bello, secondo cui Husserl attuò un compiuto superamento nei confronti del criticismo kantiano e dell’idealismo, con ciò avviandosi coraggiosamente verso una fenomenologia realistica .
A mal grado del dubbio sulla dottrina, resta indiscutibile il contributo di Husserl alla divulgazione e alla difesa del pensiero del suo maestro Franz Brentano, un protagonista della restaurazione filosofica, stimato anche da Cornelio Fabro, (che gli ha riconosciuto il coraggio necessario a difendere un’opinione controcorrente come l’esegesi creazionistica di Aristotele proposta da san Tommaso) .
Non era dunque totalmente infondato il giudizio di Edith Stein, secondo la quale il circolo di Husserl fu, malgrado tutto, utile alla restaurazione filosofica, se non altro quale veicolo delle teorie di Franz Brentano, un autore che “si era formato alla scuola rigorosa della filosofia cattolica tradizionale, il suo modo di pensare aveva plasmato il suo spirito; qualche cosa di analogo troviamo nel procedimento speculativo rigoroso di Edmund Husserl, nella pregnanza del suo modo di esprimersi” .
Nel profilo di Brentano, scritto per l’Enciclopedia cattolica, Cornelio Fabro, in sintonia con Edith Stein scrive: “Brentano fu maestro di un’efficacia eccezionale, che faceva riversare attorno alla sua cattedra turbe di studenti. Dalla sua formazione ecclesiastica egli attinse e conservò un forte attaccamento per l’aristotelismo che ebbe agio di approfondire alla scuola di Trendelenburg a Berlino. Pregevoli sono ancor oggi i suoi lavori di esegesi aristotelica. ... In un’epoca in cui dominava il positivismo comtiano con i suoi successi nelle scienze sperimentali, egli si propose di dare alla filosofia la rigorosità del metodo e l’evidenza di cui gode la scienza. ... L’opera del Brentano fu di stimolo per originali ricerche da parte dei suoi discepoli in tutti i campi della filosofia operando un vero ,rinnovamento nel campo della filosofia” .
Certo è curioso che il cammino di conversione di Edith Stein, che a quattordici si dichiarava atea , subì un’accelerazione al tempo della frequentazione di Husserl, il quale, dal suo canto “ha ricordato, ma senza alcuna datazione precisa, che Edith Stein, seduta vicina al suo letto di malato, gli aveva letto il Nuovo Testamento“ .
Lo zelo di Edith Stein per l’anima del maestro tanto ammirato non rimase senza frutto spirituale: Husserl, infatti, morì superando, nella fede cristiana, il punto morto sul quale si era arenata la sua ricerca filosofica.
In una lettera del 6 maggio 1938, la raggiante allieva di Husserl , nel frattempo diventata suor Theresia Benedicta a Cruce, poté scrivere: “Durante le ultime settimane Husserl si era totalmente staccato dalle cose terrene e desiderava unicamente la patria eterna. E’ stata una morte beata che non vuole alcuna tristezza da coloro che rimangono” .
Edith Stein esaminava scrupolosamente le ricorrenti notizie sulla conversione di Husserl. Nell’ottobre del 1936 aveva scritto a Hedwig Conrad-Martius che “non si deve credere alle voci di una conversione di Husserl”. L’uso di tanta cautela costringe a ritenere che la notizia della conversione finale di Husserl abbia un serio fondamento .
Il tentativo di passare dalla fenomenologia husserliana alla metafisica di san Tommaso, dunque, deve essere considerato alla luce della concomitante evoluzione spirituale , e alla ricerca intesa a superare l’indifferenza religiosa, ricevuta da quel diffuso stato d’animo, che, a caval di secolo, ispirava gli ebrei integrati nella cultura della Germania cristiano-liberale e positivista.
Ora l’ascesa della coraggiosa protagonista della restaurazione filosofica non muove dal disordine morale, ma da un moralismo rigido, freddamente agnostico, come quello che era prodotto dall'incontro del formalismo ebraico con il fatalismo luterano e il conservatorismo prussiano.
Nel frammento autobiografico già citato, la grande carmelitana, ormai totalmente consacrata alla lotta contro l’amor proprio, confessa umilmente di essere stata incline ad una severità implacabile, da istitutrice svizzera: “Avevo sempre considerato mio pieno diritto puntare il dito senza riguardo su tutte le cose negative di cui mi accorgevo: debolezze, errori, mancanze delle altre persone, spesso in tono di scherno e di ironia. C’era gente che mi trovava squisitamente cattiva” .
Quale esempio dell’eccessivo rigore che caratterizzava i comportamenti della santa prima della conversione si può citare il raffreddamento dell’amicizia con il letterato Eduard Metis, perché autore di una recensione in cui gli argomenti erotici erano trattati in modo frivolo: “Non volevo aver a che fare con gente che non fosse assolutamente perbene su questo punto” .
Un’immagine diversa da quella che offriva a coloro che la conobbero dopo la conversione e la clausura, l’abate di Beuron, ad esempio, che la ricorda così: “Raramente ho incontrato un’anima che riunisse in un solo spirito tante e così eccelse qualità. Era la semplicità e la naturalezza in persona. Aveva conservato tutta la sua natura femminile, il sentimento tenero – anzi materno – di non voler mai importunare nessuno. Dotata di uno spirito mistico, nel vero senso della parola, il suo contegno non aveva nulla di ricercato e di sostenuto: era semplice coi semplici, dotta coi dotti, senza nessun’aria di superiorità, una che cerca con coloro che cercano” .
Il fatto è che il suo giovanile rigore, quantunque moralistico e non ancora autenticamente morale e spirituale, era addolcito e riscattato da un’incrollabile benevolenza, che la faceva refrattaria a qualsiasi meschinità.
Sofia Vanni Rovighi, dal suo canto, ha disegnato un ritratto indimenticabile dell’umiltà della filosofa, “che, per convertirsi, per aderire a Dio, non prese la strada delle argomentazioni e dei sillogismi: seguì la luce dell’esempio della vita cristiana vissuta; seguì, potremmo dire, una vita intuitiva. Ma quando ebbe aderito alla verità, volle rendersi ragione della dottrina cristiana e si mise a studiare san Tommaso. Per chiedere il battesimo, le bastò il catechismo e il messalino; per vivere la vita cristiana così come la doveva vivere lei che era una studiosa, cercò i testi di san Tommaso. Capi che la vita non può aspettare il ragionamento, ma che la ragione deve illuminare la vita; evitò l’unilateralità di un intellettualismo esclusivo e quella di un pseudo-intuizionismo” .
E’ significativo il fatto, rievocato nelle memorie, che niente la offese più dell’accusa, rivoltale da un compagno di studi, di provare gioia per il male altrui: “A stento potevo immaginare qualcosa di più odioso, e il fatto che una cosa del genere mi fosse attribuita mi ferì talmente che mi venne da piangere” .
Senza dubbio la benevolenza di Edith Stein nasceva dalla radice più profonda e verace della tradizione ebraica, da lei rivendicata, con geloso e giustificato orgoglio, anche dopo la conversione al Cattolicesimo , quando procedeva alacremente alla fondazione di una teoria della politica sul principio di solidarietà .
Certo è che le furono sempre estranee le utopie cosmopolite elucubrate dalle contorte politologie dei liberali e dei socialisti pullulanti nella Germania d’inizio secolo.
La tentazione di trasformare la santa carmelitana in una buonista ante litteram cade penosamente dinanzi ad un’inequivocabile dichiarazione del 1939: “Tanto mi ripugnava un nazionalismo di tipo darwiniano, quanto fermamente ero convinta dell’idea e della necessità naturale e storica di Stati singoli e di popoli e nazioni di indole diversa. Perciò, concezioni socialiste e altre aspirazioni internazionali non fecero mai presa su di me. Sempre più mi liberavo anche dalle idee liberali nelle quali ero cresciuta, per arrivare ad una positiva concezione dello Stato, vicina a quella conservatrice, pur rimanendo sempre estranea all’impronta particolare del conservatorismo prussiano” . Alla luce di queste franche dichiarazioni, la persecuzione antisemita si rivela, se possibile, ancor più odiosa e inscusabile: la sua cieca follia colpiva, infatti, persone del tutto estranee e contrarie a quell’idea sovversiva, che la propaganda nazista attribuiva agli ebrei.
Ancora meno ha senso il tentativo di attribuire ad Edith Stein le intemperanze di una femminista in rivolta. Nelle opere della santa carmelitana, invece degli indizi di cedimenti alla cultura dell’emancipazione femminile, che Hanna-Barbara Gerl ha cercato inutilmente, si trova una mirabile e luminosa rivendicazione della spiritualità materna: “La vocazione primaria della donna è la generazione e l’educazione dei figli e l’uomo le è dato a questo fine come protettore. ... Nella donna si rilevano le capacità di conservare e custodire ciò che nasce e cresce e di sollecitarlo allo sviluppo; donde il dono di vivere corporalmente strettamente raccolta quanto al corpo, di unire le forze nella quiete e, d’altro, di sopportare i dolori, di essere capace di rinuncia, di adattamento; dal punto di vista spirituale, l’attitudine al concreto, all’individuale e al personale, la capacità di coglierlo nella sua specificità e di adattarsi ad essa, l’aspirazione ad aiutarlo a svilupparsi. ... Ho sottolineato la maternità come forma femminile dell’anima. Essa non è legata alla maternità carnale. Non dobbiamo liberarci da questa maternità, nella quale siamo sempre. La malattia del tempo è riconducibile al fatto che non esiste più maternità” .
Cornelio Fabro osa citare un brano ancora più forte e – per la mentalità d’oggi - imbarazzante: “La partecipazione della donna alla vita dell’uomo condiziona naturalmente la subordinazione nell’obbedienza, com’essa è ordinata dalla parola di Dio” .

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Nel 1925, Edith Stein scrisse un saggio di filosofia politica , che dimostra, un autentico senso dello Stato , uno sorprendente attaccamento alla cultura tedesca, e quel che più conta l’intenzione di risalire senza incertezze alle fonti filosofiche del sano conservatorismo.
Edith Stein affermava il principio di solidarietà davanti alla cultura tedesca, infatuata dalla suggestione hobbesiana emanata da autori come Carl Schmitt, e dichiarava: “Aristotele – Etica Nicomachea VIII - dice che la filia più che la giustizia tiene uniti gli Stati e che la sola giustizia – senza la filia – non riuscirebbe in quello scopo” . Singolari, nello scritto in questione, sono il rifiuto del vuoto dogmatismo intorno alle forme: “Muovendo dall’idea di Stato nessuna delle forme citate – monarchia, aristocrazia, democrazia – si lascia determinare come la migliore” , la contestazione delle teorie contrattualistiche , e infine quella risoluta affermazione del primato della sfera morale e religiosa sulla politica – una sfida eroica all’ideologia totalitaria – che desterà l’ammirazione di Cornelio Fabro .
Se il radicamento nella tradizione classica garantì l’immunità dall’effervescenza rivoluzionaria dei moderni, la consapevolezza dell’origine ebraica del Cristianesimo diede ad Edith Stein i mezzi per sottrarsi alla suggestione neopagana e alla falsa mistica (di stampo marcionita) dei postmoderni.
Si può addirittura affermare che l’ascesa di Edith Stein alla santità inizia dalla scoperta e dalla valorizzazione del fondamento ebraico, nascosto e soffocato dalle incrostazioni depositate dall’antico formalismo e dalla recente tendenza all’integrazione nella società luterana.
Edith Stein chiarisce puntualmente questi due aspetti poco conosciuti o rimossi cultura ebraica della diaspora, ora rievocando la passione patriottica dei suoi familiari (ad esempio quelli che abbandonarono i loro beni in Polonia, per conservare l’identità prussiana) , ora dichiarando polemicamente la propria insofferenza per le cavillosità talmudiche .
La sua vita spirituale procedette attraverso la scoperta, nella fede cattolica, dei princìpi costituitivi dell’ebraismo autentico.
Il cammino della santa carmelitana fu pertanto opposto a quello di un’altra scrittrice di origine ebraica, Simone Weil, che per avvicinarsi al cristianesimo portò alle estreme conclusioni il disprezzo della diaspora secolarizzata (e paganizzata) nei confronti dell’Antico Testamento.
Simone Weil ha dichiarato: “Non mi considero ebrea, non sono mai entrata in una sinagoga, sono stata allevata senza alcuna pratica religiosa. Non ho alcuna attrazione per quella religione, nessun legame con la tradizione ebraica. Sono stata nutrita fin dalla prima infanzia nella tradizione ellenica” .
Nella santità di Edith Stein, invece, la fede cattolica è considerata e accolta come espressione matura dell’ebraismo, e come frutto della confidenza e dell’abbandono al volere di Dio della discendenza di Abramo.
Di conseguenza la virtù cattolica, che più di ogni altra attrasse Edith Stein, è stata la forza sprigionata dalla preghiera solitaria e irrituale rivolta dal singolo a Dio.
Rievocando una visita al duomo di Francoforte ella confessa, infatti l’ammirazione per la confidenza che si abbandona a Dio: “Entrammo per qualche minuto nel duomo e mentre eravamo lì in rispettoso silenzio, entrò una donna con il suo cesto della spesa e si inginocchiò in un banco per una breve preghiera. Per me era una cosa del tutto nuova. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti che avevo visitato ci si recava solo per le funzioni religiose. Qui invece qualcuno era entrato nella chiesa vuota nel mezzo delle sue occupazioni, come per andare a un colloquio confidenziale. Non ho potuto dimenticarlo” .
La meraviglia davanti all’abbandono cristiano in Dio, la colse quando Anna Reinach, correva l’anno 1917, le chiese di riordinare gli scritti del marito Adolf, morto eroicamente nel corso della Grande Guerra. “La Stein credeva di trovare una donna completamente distrutta e trovò invece una forte cristiana che portava la più grande sofferenza della sua giovane vita con la forza della fede cristiana. Più tardi essa confidò ad un sacerdote: «E’ stato questo il mio primo incontro con la Croce e con la forza divina ch’essa comunica a coloro che la portano. Ho visto per la prima volta la Chiesa, nata dalla Passione del Salvatore, nella sua vittoria sul pungolo della morte a portata di mano davanti a me. Fu il momento in cui la mia incredulità si spezzò, il giudaismo si dileguò e Cristo mi apparve nel suo splendore: Cristo nel mistero della Croce». E divenuta carmelitana prese il nome di Suor Theresia Benedicta a Cruce” .
La preghiera divenne il fuoco della sua anima cherubica: la superiora delle domenicane di Colonia (nella scuola delle quali Edith Stein insegnò prima della consacrazione carmelitana) ricorda che “ella studiava e pregava nella sua cameretta fino a notte alta ed era la prima, prima anche delle suore, a comparire in cappella la mattina, rimanendo anche per tre Messe consecutive immobile e raccolta nell’inginocchiatoio .
Hanna-Barbara Gerl, intervenendo nella discussione sull’identità della carmelitana martire, afferma molto opportunamente che non ha alcun senso il dilemma martire cristiana o vittima ebrea: “E’ stata uccisa come ebrea, ma appartiene all’onestà biografica nei suoi confronti comprendere che essa si è assunta questo destino da cristiana. ... Dopo la beatificazione del 1 maggio 1987, Giovanni Paolo II è riuscito a raccogliere in un’unica formula come Edith Stein avrebbe inteso se stessa. Egli ha parlato sin dall’inizio della grande figlia d’Israele e del Carmelo, dove Israele è inteso in senso etnico ma ancor più religioso... E qui il significato diventa comprensivo, poiché di Israele fanno parte l’Antica Alleanza e, secondo la convinzione di Edith Stein, la Nuova Alleanza” .
Alla critica severa della filosofia heideggeriana, Edith Stein non fu mossa da ostilità personale né da fatue rivalità accademiche.
La santa carmelitana, infatti, nutriva stima nei confronti del suo avversario e, quasi anticipando l’interpretazione di Cornelio Fabro , considerava cruciale il problema sollevato da Heidegger intorno all’oblio dell’essere causato dall’indirizzo essenzialista della filosofia occidentale .
Scrive, infatti, Cornelio Fabro: “Heidegger resta sempre lo stimolo più efficace alla ripresa della metafisica, nonostante tutto: egli è, e non può non essere per noi, come l’Ebreo errante – nel simbolo caro a Kierkegaard – che accompagna i pellegrini fino alle soglie della Terra Santa, ma senza entrarvi mai” . E ancora più chiaramente: “Il merito di Heidegger ed il significato epocale della sua opera di critica filosofica è nella denunzia dell’oblio dell’essere, che inficia tutto il pensiero occidentale ossia della sua piega essenzialistica in quanto l’ente è stato di volta in volta nella varie filosofie interpretato a partire dall’essenza lasciando nell’oscurità e appunto nell’oblio crescente l’essere stesso” .
Edith Stein, in qualche modo, anticipò la magistrale interpretazione di Cornelio Fabro.
In una lettera a Roman Ingarden, scritta nel 1927, quando già lavorava alla critica dell’opera heideggeriana, non esitò a riconoscere le straordinarie doti dell’autore: “Che Heidegger sia bravo e che ci possa mettere tutti in tasca, lo credo anche in base al suo libro [«Essere e tempo»]” .
Nel 1939, pur sapendo già dell’adesione di Heidegger al nazismo e delle sue reiterate e gravi scorrettezze nei confronti di Husserl , Edith Stein, lo descrisse in modo equanime e lo giudicò con umana simpatia.
Nella rievocazione dell’incontro con l’autore di “Essere e tempo” non c’è traccia di astio, benché il risentimento sarebbe stato legittimo, data l’aperta adesione di Heidegger al movimento delle S. A., che perseguitava gli ebrei e i cattolici: “Heidegger aveva preso l’abilitazione con Rickert, Husserl lo aveva assunto, prendendolo dal suo predecessore. Tenne la sua prolusione quando Husserl si trovava già a Friburgo. Essa conteneva evidenti frecciate rivolte alla fenomenologia. ... Quella sera Heidegger mi piacque molto. Era silenzioso e chiuso in se stesso per tutto il tempo in cui si parlava di filosofia. Ma appena emergeva un argomento filosofico si mostrava pieno di vita” .
Nel saggio critico del 1936, dedicato a “Essere e tempo”, Edith Stein, peraltro, non esita a riconoscere che l’analisi heideggeriana dell’essere umano, nei due modi differenti dell’essere quotidiano e dell’essere autentico è veramente geniale anche se incompleta e contraddittoria .
Non stupisce, pertanto, che, nell’appendice di “Essere finito e Essere eterno” Edith Stein sostenga che Heidegger “ha tra le mani la chiave per una dottrina dell’essere, che – allontanando tutti gli spettri del soggettivismo, del relativismo e dell’idealismo, poteva ricondurre ad un mondo veramente cosmologico e sostenuto da Dio”, anche se poi è aggiunto che “anziché procedere in questa direzione l’Io è stato rigettato da Heidegger su se stesso” .
Il riconoscimento del valore intellettuale non impedì la formulazione di una diagnosi inclemente sulle conclusioni catastrofiche dell’opera heideggeriana. Edith Stein fu, infatti, fu la prima ad intuire la struttura atea e nichilistica di “Essere e tempo” e a denunciare l’intonazione mitologica di un discorso che alludeva “al nulla quasi fosse una persona, che si deve alfine aiutare a recuperare i suoi diritti sempre conculcati. [In “Essere e tempo”] ci si ricorda che il nulla, una volta, era tutto” .
Non per niente, Cornelio Fabro, uomo mai incline all’inutile incensamento, dichiarerà che “L’esposizione che la Stein fa di «Sein und Zeit» di Heidegger è fra le più precise e penetranti ch’io conosca, forse la più aderente al clima culturale in cui esso nacque” .
Ora la prima e fondamentale obiezione che Edith Stein rivolge a Heidegger riguarda l’affermazione che l’essenza dell’uomo è la sua esistenza.
Al proposito è necessario rammentare che la distinzione reale di essenza ed esistenza non è, come vorrebbe la storiografia laica, un cavilloso e incomprensibile argomento di dispute medievali, ma la questione che decide il rapporto dell’uomo alla verità .
La negazione della distinzione di essenza ed esistenza, pertanto, contraddice e vanifica il promettente inizio heideggeriano, cioè la plausibile obiezione all’essenzialismo antitomistico , che consisteva, appunto, nell’affermazione che “l’essere solo non è e non significa nulla senza l’essenza dell’ente” .
Cornelio Fabro ha invece dimostrato, senza lasciare ombra di dubbio, che “la realtà della partecipazione rivela l’emergenza del primo partecipato, che è l’esse” .
Vanamente attaccato da Heidegger, il principio della filosofia che si oppone all’essenzialismo ateo afferma che la conoscenza dipende dalla realtà: senza l’essere non c’è atto di coscienza, nihil in intellectu quin prius fuerit in sensu.
La riflessione sull’essere vuoto, da cui Hegel fa dipendere l’inizio, svela, pertanto, la conclusione del cammino di allontanamento dal fondamento percorso dalla scolastica.
La storia di tale decadenza scolastica è riassunta con esemplare chiarezza da Andrea Dalledonne, brillante allievo ed erede di Cornelio Fabro: “Heidegger ha denunciato con fermezza l’oblio dell’essere, in cui è caduto il pensiero occidentale a causa dell’errore di fondo, iniziato dall’essenzialismo platonico - aristotelico e protrattosi fino ad oggi, che consiste nell’arrestarsi all’ente in quanto ente per aver centrato l’in quanto dell’ente nell’essenza anziché nell’essere. Da questa deviazione capitale è sorta la pseudo-distinzione di essentia ed existentia – cioè del contenuto e del mero fatto di esistere – segno ultimo della dimenticanza dell’essere. Ma lo stesso Heidegger , nonostante il suo impegno al problema metafisico, rimane ancorato all’immanentismo e al suo nullismo intrinseco. Solo la speculazione tomistica, in cui illud quod primum intellectus concipit quasi notissimum et in quod omnes conceptiones resolvit est ens, risponde all’istanza di Heidegger” .
L’analisi di Dalledonne costituisce uno sfondo ideale per la profondità di Edith Stein, che obietta a Heidegger: “Qui si dice chiaramente che l’essenza dell’uomo è l’esistenza. Ciò non significa nient’altro che per l’uomo si rivendica ciò che secondo la philosophia perennis è riservato solo a Dio: la coincidenza di essenza ed essere” .
Edith Stein osserva acutamente che la vastità e l’inesauribilità del discorso fenomenologico (svolto in “Essere e tempo”) intorno all’uomo e alle sue possibilità costituisce la migliore prova della necessità di riconoscere la separazione di essenza ed esistenza.
E in un passaggio risolutivo, attribuisce a Heidegger l’implicito rifiuto di vedere le conseguenze logiche delle sue premesse: “Che Heidegger non riesca invece a liberarsi da questa separazione, benché egli la neghi, è mostrato dal fatto che egli parla continuamente dell’essere dell’Esserci (Dasein): ciò non avrebbe senso se si fosse inteso con l’Esserci nient’altro che l’essere umano” .
Le conseguenze disastrose, che discendono necessariamente dall’errore intorno alla coincidenza di essenza ed esistenza nell’Esserci, sono, da un lato, il capovolgimento del concetto di trascendenza, dall’altro, l’impossibilità di concepire lo sviluppo della persona umana: “Si deve rinunciare allo sviluppo se non si riconosce all’essere umano un’essenza distinta dalla sua esistenza, la cui manifestazione temporale è il suo esserci“ .
Nelle analisi heideggeriane, infatti, “non c’è spazio per ciò che dà pienezza all’essere umano: gioia, felicità, amore” . L’uomo è ridotto al ruolo di luogotenente del nulla, e la vita chiusa inesorabilmente in un circolo vizioso, che rimanda all’essere per la morte. Al proposito osserva Edith Stein: “Attraverso il senso della morte si chiarisce anche il senso dell’Esserci, ma come è possibile ciò, se della morte non si dice altro che è la fine dell’esserci? Non si tratta di un circolo vizioso?”
Dalla deprimente contemplazione dell’Esserci ha, infine, origine la paradossale elaborazione heideggeriana di una caduta nell’errore, o meglio nel pregiudizio intorno alla temporalità dell’essere, “che preclude tutte le vie in cui si aprirebbe uno spiraglio verso l’eterno; per questo non può esserci un’essenza separata dall’esistenza, che si attua nell’esistenza; per questo non ci può essere un significato distinto dalla comprensione, per questo non esistono verità eterne indipendenti dalla conoscenza umana, in tal modo la temporalità dell’essere sarebbe infranta, e questo non si deve produrre, anche se esistenza, comprensione e scoperte esigono, per essere spiegate, qualcosa di indipendente da esse, qualcosa fuori del tempo, qualcosa che attraverso esse e in esse entra nella temporalità” . Fondatamente Edith Stein attribuisce il pregiudizio di Heidegger al sentimento anticristiano, “che si rivela anche nel modo in cui egli tratta la filosofia medievale, in piccole osservazioni marginali, che fanno apparire superfluo occuparsi seriamente di essa, in quanto è una via errata, in cui si è perso il vero problema del significato dell’essere. Non sarebbe valsa la pena di chiedersi se in tutti gli sforzi sull’analogia entis non fosse contenuto la domanda genuina sul significato dell’essere?” .
Ora Victor Farias, in un saggio (peraltro) non indenne da forzature ed esagerazioni, ha dimostrato che Heidegger si allontanò dalla Chiesa cattolica nel 1919, dopo aver rifiutato la condanna delle tesi immanentistiche sostenute dai modernisti . La fedeltà al pregiudizio immanentistico, costringe Heidegger ad accusare la filosofia cristiana (che sarebbe perciò una contraddizione in termini, un legno di ferro) di aver eluso i problemi dell’essere e del nulla , accusa inaudita, cui segue una “sentenza” che riduce il tempo ad una corsa dal nulla verso il nulla: “Non c’è alcun capovolgimento più forte dell’idea dell’eterno di quello contenuto nell’osservazione di Heidegger: «Qualora fosse possibile costruire filosoficamente l’eternità di Dio, essa non potrebbe essere concepita che come temporalità originaria e infinita»” .
Un ulteriore contributo di Stein alla demistificazione dell’opera heideggeriana è la dura critica al concetto di essere inautentico, con il quale Heidegger designa l’abbandono e la sottomissione conformistica al si dice e alla chiacchiera: “Se si è riconosciuto che il singolo ha bisogno di una comunità che lo sostenga – fino al decisivo risveglio del suo essere più proprio – e che ad una comunità appartengono gli spiriti guida, i quali imprimono e determinano le forme di vita, allora non si può continuare a sostenere che il Sì sia una forma di decadimento del Sé e niente altro” .
Investito dalla logica serrata di Edith Stein, cade pertanto un altro pilastro della costruzione heideggeriana: l’idea della deiezione, che contempla l’umanità gettata da una mano misteriosa nella vita anonima e nell’inganno: “Per quanto l’Esserci sia deietto esso non è né pura vita individuale né pura vita comunitaria. Perciò si ha un’impressione molto strana, quando Heidegger afferma che l’Esserci deietto non dovrebbe essere inteso come caduta da uno stato originario più puro e più alto. Che senso ha allora parlare di deiezione senza riferirsi ad una caduta? Ciò corrisponde esattamente ad un essere gettato senza un gettare” .
Inoltre il presupposto logico della deiezione è una caduta temporale, come evento storico: “Bisogna dire che l’insegnamento della Chiesa che riguarda il peccato originale è la soluzione dell’enigma che emerge dalla descrizione di Heidegger dell’essere deietto. Da dove deriva allora la conoscenza di un essere autentico che è necessariamente presupposta? La voce della coscienza avverte ciascuno. Essa chiama l’Esserci dallo stato di abbandono nell’essere deietto al suo essere autentico. Ma il chiamante, secondo la concezione di Heidegger deve essere di nuovo l’Esserci. ... Ma quale testimonianza abbiamo che, contro ogni apparenza, il chiamato stesso sia contemporaneamente il chiamante? .
Non è da credere che la confutazione della filosofia esistenzialista di Heidegger da parte di Edith Stein sia fine a se stessa. La tradizione filosofica del cattolicesimo non è retta da un’intenzione iconoclasta e sciabolatoria, ma da quella coscienza della verità avanzante attraverso il dubbio e l’errore, che guidò l’audacia di san Tommaso, utente e fruitore di Aristotele contro l’opinione immobilistica dei conservatori aristotelici. La parabola fallimentare del pensiero heideggeriano, iniziando dalle acute considerazioni sullo smarrimento della metafisica occidentale nel dedalo essenzialista e nell’oblio dell’essere, può e deve essere usata secondo un’opposta intenzione.
Edith Stein, pertanto, ha fatto proprio il giudizio della collega e amica Hedwig Conrad-Martius, secondo la quale Heidegger aveva prima di tutto posto l’essere nei suoi pieni diritti, anche se in un solo punto, l’Io umano: “E’ così aperta la via – senza gli ostacoli del problema critico, consistente nel chiedersi come l’Io conoscente possa andare oltre se stesso – per esaurire questa comprensione dell’essere propria dell’essere umano, e per comprendere non solo l’essere proprio ma anche l’essere del mondo e tutto l’essere creato come Essere divino fondante. Invece l’Io viene rimandato a se stesso. Heidegger spiega il suo procedere dall’analisi del Dasein con il fatto che può chiedersi quale sia il senso dell’essere solo un ente al cui essere appartenga una comprensione dell’essere. ... Ma già da questa motivazione non consegue anche l’opposto? L’uomo non ha a disposizione solo il suo essere come unica via possibile per comprendere il senso dell’essere” .
Edith Stein riconosce lealmente che, in “Essere e tempo”, Heidegger afferma in maniera eccellente, che l’uomo si trova nell’Esserci senza sapere come vi sia caduto, ma con ciò non viene eliminato il problema dell’origine: “Per quanto si cerchi forzatamente di passarlo sotto silenzio o di proscriverlo come senza senso, torna sempre a riproporsi dalla specificità dell’essere dell’uomo in modo irrecusabile, esso esige un Essere che, senza fondamento, sia fondato in sé, e fondi a sua volta l’essere dell’uomo, esige un Essere che getti il gettato. In tal modo l’essere gettati, la deiezione (Geworfenheit) si svela come creaturalità” .
In tal modo è tracciato il programma delle due grandi opere teoretiche scritte da Edith Stein nel Carmelo, il saggio (finora inedito) “Potenza e atto” e il monumentale trattato “Essere finito e Essere eterno”, che ne è il laborioso rifacimento: verificare se la filosofia di san Tommaso, sulla quale la Chiesa cattolica ha giocato il suo prestigio culturale e scientifico, oggi può essere riletta come risposta anticipata al problema posto da Heidegger intorno all’oblio dell’essere.
E non solo riletta ma anche riproposta quale metafisica atta a specchiare la figura del mondo disegnata dalla scienza contemporanea, che “non è più quella di san Tommaso” , come riconosce Cornelio Fabro, senza ombra d’imbarazzo, dato che tale riconoscimento “non comporta un cambiamento nell’orizzonte metafisico dei rapporti fra finito e infinito, fra materia e spirito e in genere fra potenza e atto” .
Compito arduo, e, occorre riconoscerlo, non sempre svolto in modo soddisfacente da Edith Stein, per la permanenza nel suo pensiero di concetti agostiniani e scotisti, per sé non eterodossi, ma sicuramente estranei al genuino tomismo.
Concetti prelevati ingenuamente dal bottino fatto da Husserl (e da Alexandre Koyré) durante le escursioni nel campo dell’oblio dell’essere cartesiano e leibniziano o adottate in base alle fuorvianti informazioni di Jacques Maritain e Étienne Gilson.
Nel compimento dell’impresa restauratrice, infatti, il genio filosofico di Edith Stein pur dando alta prova di sé, non fu indenne da oscillazioni. Mentre gli argomenti elaborati per liquidare l’ambiguità essenzialista diffusa da Heidegger per mezzo di “Essere e tempo” si rivelano ancor oggi ineccepibili e perciò spendibili nel dibattito filosofico, gli argomenti opposti alle difficoltà incontrate sulla via della scienza moderna, reggono solamente a prezzo dell’uscita dall’ortodossia tomista e conseguentemente a prezzo dell’incontro con le tesi meno convincenti (e alla fine meno attuali) di sant’Agostino e Duns Scoto .
Valga ad esempio la difficoltà insormontabile che è incontrata nel tentativo di definire, senza ricorso alle tesi tomistiche, il ruolo della materia nell’individuazione delle creature.
Cornelio Fabro, dopo aver stabilito che “oggi la fisica nucleare e la biologia molecolare stanno piuttosto dalla parte di strutture ovvero di forze differenziate, d’accordo con il realismo qualitativo della partecipazione tomistica” , può finalmente indicare una via alternativa a quella tracciata secondo il fomite cartesiano dell’intellettualismo moderno, ed affermare che “la materia nella realtà corporea non è tutto, ma la parte potenziale positiva e non negativa ... così viene riscattata e sottratta alla svuotamento di realtà della matematizzazione la positività di tutta la realtà fisica della materia” .
Il tomismo essenziale guadagna in tal modo le posizioni d’avanguardia nel panorama della cultura postmoderna, ossessionata dagli incubi crepuscolari, varianti intorno alla crisi delle scienze europee, al regno della quantità e alla materia come carcere.
Afferma Cornelio Fabro: “Come principio differenziante e perciò costituente la specie, vale l’assioma: forma dat esse in tutta la sua ampiezza metafisica. San Tommaso lo ha sviluppato e applicato a partire dalla convergenza del principio aristotelico, da una parte cioè che vivere viventibus est esse e così la essenza è in tutte le cose la causa dell’essere, e del principio di creazione dall’altra, che suggerisce l’affinità metafisica fra la forma e la sua materia. Così il composto di potenza e atto nei corpi risulta completamente positivo” .
Di qui le perplessità suscitate dal procedimento di quei pensatori cattolici, al cui novero Edith Stein appartiene solo per alcuni aspetti marginali, i quali, convinti che la scienza ultima ponesse ai filosofi l’obbligo tassativo di semplificare la realtà fisica, “eliminando la distinzione fra massa ed energia” , si sono affidati a Duns Scoto, alla scolastica suareziana, per raggiungere la presunta avanguardia costituita da Bergson e da Husserl.
L’altezza del genio filosofico, che Edith Stein dimostrò di possedere confutando le tesi del più celebre pensatore del Novecento, è peraltro confermato dal parere autorevole di Cornelio Fabro, che ha tessuto un elogio magnifico, distinguendola dalla pletora dei tomisti incoerenti: “A differenza dell’attuale deformazione del tomismo, ad opera specialmente della scuola di J. Maréchal e K. Rahner, i quali identificano l’esse o actus essendi con la copula dell’atto del giudizio (neokantismo), la Stein considera l’essere del giudizio fondato (e da fondare) sull’essere reale: con la proposizione affermo la consistenza di una realtà. Se la realtà è consistente in verità, allora anche il giudizio è vero. Altro tratto notevole è l’esposizione dell’analogia. La prova di una persistente dominanza del metodo fenomenologico può essere individuata nella trattazione di privilegio riservata al senso ed alla fondazione del singolare” .
L’onda confusionaria e onirica, che ha turbato la cultura cattolica dopo gli anni del Vaticano II, suscitando quelle dispute forsennate intorno alla morte di Dio ad Auschwitz, che furono oggetto di una trattazione sarcastica da parte di Giuseppe Siri e di Michele Federico Sciacca, ha ostacolato la piena comprensione del contributo di valore inestimabile dato da Edith Stein alla soluzione del problema moderno e alla restaurazione filosofica.
Pertanto, l’onestà del tempo, che ha scandito le fasi del tracollo moderno, e il lavoro silenzioso e paziente degli studiosi cattolici, che stanno ordinando e pubblicando gli inediti della santa, non hanno ancora dato i frutti che è lecito attendere.
E’ però indiscutibile che l’opera di Edith Stein costituisce un punto fermo e sicuro nella ormai cospicua storia della filosofia dopo il moderno.
Nel 1989, Cornelio Fabro aveva, peraltro, anticipato un bilancio definitivo, affermando che “L’opera della Stein si raccomanda per il suo tentativo di accostamento ovvero di sintesi del pensiero moderno, in particolare del metodo fenomenologico, con il pensiero originale di san Tommaso, sia di ripresa delle fondamentali tesi della sua metafisica, sia di recupero dell’emergenza dell’Io come soggetto personale e dell’originalità della libertà come attività fondante della soggettività spirituale. A ciò può contribuire anche la sua felice distinzione, anzi separazione fra il pensiero creativo di san Tommaso e quello del «sistema» della sua Scuola, soggetto anche esso al processo di formalizzazione e di decadenza degli altri sistemi della Scolastica” .







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