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Giovedì 29 ottobre 2020, S. Petronio

L'arte di aiutare. Corso di formazione al volontariato di Nicoletta Cinotti

L’arte di aiutare
di Nicoletta Dott.ssa Cinotti

Le ricerche di psicologia sociale si sono occupate a lungo di questa tematica cercando di comprendere meglio le motivazioni all’aiuto e come sostenerle o accrescerle. Sicuramente le azioni altruistiche sono gratificanti per chi offre aiuto, non solo per chi lo riceve e ricevono un forte sostegno morale e culturale. Le persone inoltre sono dotate di una certa dose di risposta empatica che gli fornisce la comprensione della difficoltà che l’altro sta attraversando e dell’eventuale risposta desiderabile. Spesso vedere una persona in difficoltà dà così tanto disagio, che ci sentiamo quasi ‘costretti’ ad intervenire. Ci sono circostanze che possono promuovere l’intensità delle risposte empatiche. L’affinità con la vittima, la conoscenza della causa che provoca il disagio, la valutazione di essere in grado di offrire un reale aiuto sono tutti fattori che sembrano avere un impatto positivo sulla nostra disponibilità ad offrire aiuto. Anche la nostra valutazione sulla vittima influenza la nostra disponibilità a dare aiuto. Il fatto di ritenere la persona degna di essere aiutata o il ritenere i suoi guai una conseguenza ingiusta di una certa situazione influenzano lo stesso la nostra disponibilità all’aiuto.
Nel corso del secondo anno di vita i bb. sembrano diventare in grado sia di ferire che di confortare gli altri. Inoltre con il passare del tempo rivelano una innegabile sensibilità alle reazioni altrui che gli permette di distinguere tra colpe lievi e colpe gravi.
La capacità di offrire aiuto agli altri è innata o acquisita? In qualità di esseri umani siamo ‘naturalmente’ dotati della capacità di offrire aiuto o siamo di fronte ad una abilità di base che necessita di successivi apprendimenti? L’essere motivati ad offrire aiuto agli altri è sufficiente per essere anche delle persone in grado di fornire questo aiuto? Siamo dotati tutti allo stesso modo o ci sono caratteristiche personali che rendono alcune persone più adatte di altre e se esistono queste caratteristiche quali sono? SCHEDA DI LAVORO 1

C. Rogers ha individuato alcune disposizioni umane che riteneva condizioni necessarie e sufficienti perché fosse possibile un aiuto costruttivo. Rivediamole insieme:
1. Genuinità o spontaneità, intendendo la capacità di apparire persone autentiche, trasparenti, sincere con se stesse e con gli altri. Questo non significa però dare libero sfogo a qualunque sentimento o impulso, ma piuttosto non avere, naturalmente, impulsi personali che interferiscano con la propria capacità di rispondere alla situazione.
2. Accettazione incondizionata intesa come disposizione nei confronti della persona non nei confronti di ciò che fa o ha fatto. Accettazione incondizionata significa libertà di interagire senza dare giudizi morali.
3. Comprensione empatica, ossia la capacità di cogliere la situazione dell’altro in modo globale, la capacità di mettersi nei panni dell’altro.

Queste tre disposizioni sono state successivamente ampliate e integrate da altri studiosi (Carkhuff) con altri due aspetti:
4. Capacità di contrapporsi, non alla persona ma a quegli aspetti del suo comportamento contraddittori, distruttivi o eccessivamente difensivi.
5. Capacità di relazione, intesa come capacità di esprimere direttamente e apertamente ciò che ci sembra inerente alla situazione. Capacità di percepire messaggi impliciti e di esplicitarli.

GENUINITA’ O SPONTANEITA’
Cosa significa essere spontanei o genuini e perché, in quale modo, questo influenza la nostra possibilità di aiutare gli altri? Proviamo a pensare cosa succede quando ci troviamo di fronte a qualcuno che ci sembra abbia uno scopo nascosto. Spesso rispondiamo con la diffidenza, oppure proviamo una istintiva antipatia. Molto frequentemente questo si accompagna al desiderio di tenere per noi, anziché di comunicare.
Quali “scopi nascosti” ci possono essere dietro il nostro desiderio di aiutare? A volte aiutare gli altri ci aiuta a dimenticare i nostri problemi; altre volte ci fa sentire capaci, comunque ci mette in una situazione dove, almeno per definizione, noi possiamo essere identificati come “coloro che hanno” – competenze, abilità, conoscenze.
In una parola noi abbiamo ciò che loro non hanno ancora e che presumibilmente desidererebbero o potrebbero ottenere se cambiassero. Spesso l’aiuto ha lo scopo di organizzare proprio il cambiamento. Siamo tutti consapevoli di quali possano essere i cambiamenti opportuni, smettere di fumare, smettere di bere, mangiare adeguatamente. Nonostante sia relativamente facile individuare le aree che necessitano di cambiamento, spesso il cambiamento è tutt’altro che facile. E questo non solo per gli altri…
Essere spontanei e genuini vuol dire anche essere in contatto con le proprie difficoltà – che sicuramente assumono un aspetto diverso – che hanno una matrice comune a quella delle persone che abbiamo di fronte.
Per questa ragione proviamo a vedere quali possono essere le nostre difficoltà rispetto al cambiamento. Questo tipo di lavoro ha inoltre una ricaduta diretta anche sulla nostra capacità empatica che costituirà l’argomento di uno dei prossimi incontri.










L’EMPATIA
L’empatia è quella esperienza che si ottiene mantenendosi ricettivi a ciò che gli altri tentano di dire e a come si esprimono. L’empatia richiede apertura mentale verso una sensibilità diversa. Ciononostante noi abbiamo anche bisogno di aspettative poiché questo ci permette di inserire con più facilità i dati del reale, riducendo il clima di ansia. Le aspettative diventano una interferenza quando sono incontrollate e quando ci precludono altri punti di vista.
Bion afferma che per ascoltare bene dobbiamo mettere da parte “il ricordo, il desiderio, il giudizio”. Questo è un invito all’apertura mentale, alla sospensione delle nostre supposizioni, bisogni e desideri. La condivisione che avviene attraverso la comunicazione ci permette di sperimentare una vera empatia. L’empatia nasce dalla condivisione e dall’ascolto, non dalle idee che ci facciamo alla “prima occhiata”. Le priorità personali, soprattutto se non condivise hanno la tendenza a separarci, condividere, se viene fatto in un clima d’apertura ci permette non solo di empatizzare con l’altro ma anche di costruire un ponte comunicativo. Una persona empatica indaga e riconosce ciò che sente e pensa e non si preoccupa tanto di confermare le proprie idee quanto di scoprire chi ha di fronte. L’empatia supera la distanza tra le persone ma richiede un serio sforzo d’apertura, richiede la capacità di tenere a bada le nostre idee sull’altro, senza dimenticarcene. Troppe supposizioni sono nemiche della comprensione. L’empatia richiede due tipi di attività: la prima è la ricettività e l’apertura, la seconda è l’oscillazione tra pensare e sentire.
L’empatia inizia come capacità di sperimentare dei sentimenti, capacità di immaginare come ci sentiremmo in quella situazione, ma la vera empatia richiede una seconda fase: pensare all’altro, ascoltare com’è per l’altro quella situazione. Essere interessati e curiosi di scoprire se l’altro funziona come noi oppure ha parametri diversi. Per essere davvero empatici, per sapere come una persona si sente è necessario chiedere e poi ascoltare.
Essere empatici è più facile in assenza di conflitti. Cosa ci può aiutare ad esercitare la nostra capacità di empatia:

Al contesto
 Prestare attenzione a ciò che la persona dice; Alla persona
 A noi stessi
 Riconoscere la validità dei sentimenti dell’altro;
 Ascoltare senza esprimere la propria opinione;
 Ascoltare senza dare consigli;
 Ascoltare senza esternare immediatamente approvazione o disapprovazione;
 Fare attenzione allo stato d’animo dell’interlocutore

Evitare di dare consigli, confermare la validità dei sentimenti che l’altro prova, non esprimere la propria opinione rientrano nell’altro elemento che vorremmo focalizzare che riguarda, l’accettazione incondizionata. Con questa dizione si intende il non porre condizioni al fatto di accettare o di mantenere una disposizione positiva verso la persona che vogliamo aiutare. La persona è accettata non sulla base di quello che fa ma, e qui ci riallacciamo al lavoro dell’altra sera, sulla base della propria motivazione a cambiare. Spesso queste motivazioni ci appaiono dubbie, incerte, non realizzabili ma dobbiamo tenere conto che quello che l’altro ci chiede riguarda volontariamente il cambiare, la speranza del cambiamento. L’interesse che dobbiamo avere è per le potenzialità e le risorse delle persone che abbiamo di fronte. Questo non significa che il volontario possa o debba rimanere indifferente per le implicazioni morali, etiche, personali, di ciò che la persona fa ma piuttosto che vogliamo portare l’altro a diventare consapevole di queste implicazioni e non vendergli gratuitamente le nostre. L’aiuto, quando è efficace produce un cambiamento che riguarda anche la considerazione che la persona ha del proprio comportamento, perché è un aiuto che si colloca sulle cause e non sui sintomi.
Intrecciando questi aspetti con quelli precedenti relativi all’empatia, vi accontentate di agire sulla simpatia e sul presumere di aver capito o utilizzate l’empatia e vi impegnate nel farlo.
La simpatia è un ostacolo rispetto all’empatia sia perché ci fa assimilare gli altri a noi stessi e alle cose che ci piacciono, sia perché aumenta la quantità delle cose che supponiamo di sapere e diminuisce le cose che riteniamo necessario chiedere. Si può stabilire un contatto con la maggior parte delle persone, anche su argomenti difficili, ascoltando prima la loro versione e presentando la nostra, con tono fermo, solo dopo che hanno finito la loro e che gli abbiamo fatto tutte le domande necessarie per comprendere davvero quello che ci hanno detto.

Empatia e accettazione incondizionata come primi passi per costruire una relazione che, in seguito potrà anche tollerare la nostra opinione e i nostri consigli.


















LA CAPACITA’ DI CONFRONTARSI
Cerchiamo di provare a definire cos’è la capacità di confrontarsi. Questa capacità potrebbe essere definita come la possibilità di individuare le problematiche critiche dell’altro per portarle alla luce ed utilizzarle educativamente nei confronti della persona in difficoltà.
Individuare le aree sulle quali è necessario il confronto comporta l’utilizzo di alcune funzioni ed abilità. Intanto significa (1) capacità di individuare le aree critiche del comportamento della persona, una individuazione che trascenda le regole del soggettivo o del culturale – “non fa come farei io, quindi sbaglia – per fare riferimento alla disfunzionalità comportamentale ed emotiva dell’altro. In seguito significa (2) portare la consapevolezza dell’altro su questi nodi problematici per (3) costruire poi delle soluzioni possibili.
Il confronto, in qualche modo, implica un contrapporsi, non tanto alla persona in sé, ma ad alcuni aspetti contraddittori del suo comportamento che appaiono tali all’esterno, ma rispetto ai quali la persona può essere anche totalmente priva di consapevolezza.
Il confronto è quindi una competenza tesa ad abbattere, delicatamente, delle barriere interne che si frappongono alla maturazione della persona. Gli obiettivi sono d8i permettere alla persona di esplorarer aree che ha sempre evitato comprendendone le modalità di funzionamento.
Tra le più comuni modalità messe in crisi nel confronto possiamo trovare:
- incongruenze o discrepanze, in cui ciò che uno pensa è in contraddizione con ciò che sente, oppure ciò che dice è in contraddizione con ciò che fa e così via.
- Le distorsioni, cioè tutte quelle situazioni in cui si rivela una incapapcità di prendere atto della realtà come questa è.
- Giochi o tattiche relazionali
- Le evasioni, le situazioni in cui “ci si arrampica sugli specchi”.
Il confronto è una abilità complessa e articolata che possiamo scegliere di non usare, ma non di non imparare se vogliamo essere in una relazione d’aiuto
In realtà ognuno di noi ha delle teorie, più o meno implicite, sull’opportunità di confrontare gli altri, su quando è opportuno farlo, su come è opportuno farlo.
La richiesta che l’altro ci presenta, inoltre, può non essere funzionale alla risoluzione del suo problema. Anzi, molto spesso, la richiesta che ci viene presentata è la soluzione che l’altro ha pensato per il suo problema e che si è già rivelata sbagliata.
Una prima tendenza può essere quella di valutare, insieme alla persona, la reale funzionalità della soluzione trovata e spesso il confronto avviene a livello del grado di fattibilità di questa soluzione. Questo confronto rimane talora l’unico confronto realizzato e portato avanti dal volontario, magari perché offre il conforto del rispetto delle linee guida. “ non diamo biglietti ferroviari. Non facciamo / facciamo servizio mensa. Non diamo soldi….”
A volte il contatto con la persona che richiede l’aiuto è così breve che non si può approfondire materialmente nessun tipo di confronto.
Ma un vero confronto può voler dire valutare insieme che la soluzione richiesta non è né adeguata né opportuna e non – o non solo – perché non rientra nelle linee guida, ma perché insostenibile o non significativa per ragioni più profonde.
Il vero confronto avviene a questo livello, non solo e non tanto a livello dei sintomi, ma anche e soprattutto a livello delle origini di questi sintomi.
Allora il punto è: quanto siamo disponibili a lavorare su questo livello di confronto? Lo riteniamo o no inerente alle nostre responsabilità? Quali sono gli aspetti critici, difficili per noi nel confronto? Nella nostra esperienza che esiti hanno avuto i confronti che abbiamo fatto?

Nel confronto, anche se l’attenzione è preminentemente sulla persona che chiede aiuto, il volontario sperimenta il massimo momento di vulnerabilità. Perché il confronto sia possibile deve aver elaborato intimamente i temi che gli sono stati portati, deve fare un passo oltre la consapevolezza dell’altro, rischiando risposte aggressive, deve contenere l’insicurezza e nello stesso tempo rimanere flessibile per aggiustare il tiro. Deve misurarsi con il proprio modello ideale di aiutante. Tutti noi costruiamo una immagine ideale di noi stessi in tutte le attività in cui ci muoviamo sulla base di una spinta ideale. Siamo Pigmalioni, madri misericordiose o manager?
Il tema del confronto apre anche l’argomento relativo alla costruzione delle soluzioni possibili. Cosa dobbiamo fare: proporre noi una soluzione e lavorare verso quella soluzione? Lavorare verso la risposta di rete? Rimanere in un rapporto d’aiuto che sia a due? Aspettare che l’altro, grazie anche al nostro sostegno, trovi una soluzione idonea?”
LA RELAZIONE D’AIUTO
LA relazione d’aiuto si struttura attorno alla capacità di comunicare, leggendo e percependo, oltre ai segnali espliciti, anche quelli impliciti. Funzionando, qualche volta da amplificatore della consapevolezza dell’altro.
Una relazione d’aiuto, ma forse potremmo dire ogni relazione, è caratterizzata da due momenti: una fase discendente e una fase ascendente. Nella fase ascendente il rispondere e personalizzare ci aiutano ad interiorizzare, nella fasce ascendente l’iniziare ci porta ad esprimere, a esteriorizzare. Cosa significa rispondere? Rispondere significa aver trasmesso all’altro la sensazione di essere stato ASCOLTATO, COMPRESO e che può FIDARSI di noi.
Rispondere presuppone la capacità di entrare nello schema di riferimento dell’altro, la capacità di comunicare, discriminando attentamente le informazioni che l’altro ci comunica.
A quale livello si situa la nostra risposta? Possiamo rispondere a livello del significato, del sentimento o del contenuto. La risposta a livello del contenuto è quella espressa più esplicitamente.
Rispondere ai sentimenti richiede di porsi la domanda dell’empatia: “Se fossi al suo posto come mi sentirei? Come si sente lui in questa situazione?” Rispondere ai sentimenti significa anche dare riconoscimento al diritto della persona di provare quello che prova, significa offrire accettazione nei confronti dell’esperienza condivisa
Rispondere al significato significa formulare dentro di se risposte che riescano a cogliere sia il sentimento che il contenuto espresso dall’altro.
Rispondere richiede nella persona che aiuta una capacità di contenere ciò che l’altro porta. Cosa accade al volontario che si trova ad accogliere i contenuti dell’altro? Cosa struttura la nostra capacità di contenimento?
Cosa significa PERSONALIZZARE?
Il processo di personalizzazione sta a metà tra il processo interiore e quello esteriore. È la cerniera tra interno ed esterno, ha lo scopo di facilitare la comprensione dell’altro rispetto alle proprie esperienze di vita. Personalizzare permette, alla persona che vogliamo aiutare, di interiorizzare la propria responsabilità rispetto alla soluzione dei problemi, permette di spostare l’attenzione da quello che gli altri non fanno per lui o fanno a lui a quello che lui potrebbe fare per se stesso o cosa ha fatto per creare il problema che ora si trova ad affrontare. Personalizzare i problemi è un momento critico rispetto all’ipotesi di soluzione. È dai nostri problemi che derivano i nostri obiettivi.
 Quale mancanza è alla base del problema?
 Cosa c’è in me che ha contribuito al problema?
 Che dimensione ha la mancanza che sta alla base del problema?
 Come mi sentirei di fronte alla consapevolezza di avere questo problema?

È in questa fase che possiamo inserire il confronto di cui abbiamo già parlato.

Iniziare è contraddistinto da delle ipotesi di lavoro, dei programmi di cambiamento, dei passaggi operativi. È necessario definire degli obiettivi, fare dei programmi, fissare delle scadenze



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