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Giovedì 12 dicembre 2019, S. Giovanna Francesca di Chantal

Convegno 12/12/09 CRCSSA Ricerca e società:la vivisezione non è solo barbarie e sofferenza animale ma una minaccia per la nostra salute

Vivisezione: una delle molteplici trappole

Non essendo uno scienziato e non rappresentando una forza attiva rivolta esclusivamente alla problematica in questione, il seguente intervento non sarà che una successione di considerazioni che partono da fatti e pensieri soggettivamente elaborati.

Nonostante sia stata dimostrata l’inaffidabilità del metodo di sperimentazione animale e l’assoluta necessità di sostituirlo con metodi di alto valore scientifico di cui oggi la scienza dispone, grazie a nuove conquiste raggiunte, ancora si cerca un “modello animale” per i tests.
Si pensi ad esempio al testo del progetto REACH, per la valutazione e regolamentazione delle sostanze chimiche, di fondamentale importanza, vista la méta prefissasi ma, purtroppo, come metodo di base per valutare la tossicità, fa ancora ricorso al “modello animale”.


Ritengo sia doveroso citare un passo del libro “Olocausto” di Milly Schär-Manzoli così per fissare bene alcuni concetti base che penso dovrebbero esseri i capi saldi della politica antivivisezionista.

“Inselspital: il protocollo Scherbarth
Il dr. A. Scherbarth era stato membro di comitato della protezione animali di Berna. Nel 1968 aveva scritto un protocollo, denunciando quanto sapeva riguardo all’Inselspital, e aveva indirizzato il rapporto a un Consigliere di Stato.
Tuttavia questo protocollo era diventato di dominio pubblico soltanto 14 anni dopo, negli anni Ottanta, quando ATRA ne era entrata casualmente in possesso e lo aveva pubblicato. Erano passati 14 anni, era nel frattempo entrata in vigore una legge che si vuole definire di “Protezione Animali”, ma quanto descritto in questo libro, che si riferisce principalmente agli anni Ottanta, si capisce che nulla era cambiato. In realtà nulla è cambiato, neppure da un secolo fa ad oggi, in fatto di esperimenti sugli animali, sia in Svizzera che nel resto del mondo. L’unica differenza è che una volta si parlava di vivisezione: si sapeva che era una cosa orrenda, ma nessuno lo negava. Oggi invece dominano la menzogna e l’ipocrisia.la vivisezione, effettuata su scala industriale, è pianificata a livello di marketing, tutelata e protetta come lo sono tutti i buoni affari. Perfino la parola è cambiata: non c’è vivisettore, oggi, che ammetta di essere tale: sono tutti ricercatori, e quando non possono negare di impiegare animali, allora non vivisezionano, fanno sperimentazione animale.”

Mutatis mutando
gli allevatori di animali da cortile affermano di amare gli animali e di conoscere le esigenze dei loro animali molto meglio di zoofili ed animalisti oltre che di realizzare un lavoro utile all’umanità,
i cacciatori affermano di amare la natura e gli animali selvatici in modo più rispettoso di quanto non lo possano fare gli attivisti contrari a qualsiasi forma di attività venatoria in quanto solo i seguaci di Diana si occupano della “pulizia” dei boschi,
gli allevatori di animali da pelliccia affermano di rispettare le necessità delle varietà riprodotte e che, se così non fosse, sarebbe impensabile l’incremento demografico all’interno della struttura, che il loro “lavoro” serve a mantenere vive specie anche a rischio e che comunque è utile per scoraggiare l’attività di bracconaggio,
i cultori delle varie “fieste” e sagre animali affermano di perpetrare usi risalenti a epoche remote e quindi di esternare e mantenere culture locali senza aver alcuna intenzione negativa nei confronti del soggetto in questione,
questo è un triste elenco che potrebbe andare avanti a lungo.
Ad ogni azione e ad ogni affermazione ovviamente può essere abbinato un fine più o meno etico, più o meno rispettoso, più o meno antropocentrico a secondo del punto di vista.
Una cosa però appare costante in ciascuna di queste attività perfettamente legali: lo sfruttamento animale.
Gli animali vengono fatti nascere in modo innaturale, allevati in cattività per poi essere “utilizzati” come pezzi di ricambio di una grande macchina tritatutto.
A prescindere quindi dall’iniquità morale di queste “attività” produttive umane il risultato sarà solo apparentemente quello a cui si mira: gli animali derubati della personale libertà fisica, cognitiva, evolutiva, di socializzazione positiva, affettiva, del benessere psico – fisico base, di tutto ciò di cui un essere vivente ha bisogno, non potranno che “dare prodotti” aberrati.
La vivisezione, nominata con enfasi sperimentazione animale dagli “addetti ai lavori”, è un lapalissiano esempio di ciò.
Non mi riferisco solo a quanto possa essere sbagliata da un punto di vista etico, né solo a quanto possa essere fallace da un punto di vista fisiologico vista la differenza interspecifica delle diverse cavie rispetto all’uomo, ma soprattutto da quanto possa essere fuorviante da un punto di vista morale.
L’abitudine al male, al dolore, all’utilizzo privo di rispetto di ogni forma vivente al mero fine antropocentrico annebbia, offusca sino ad oscurare, quel barlume di luce che l’uomo intravede.
Gli animali sono esseri senzienti, dotati di tutte le caratteristiche che lo stesso animale uomo ha. Provano dolore fisico e psicologico, provano paura, affetto, ecc. però, almeno per quanto mi sia dato sapere, non hanno l’abitudine di uccidere per arricchirsi, di torturare altre creature con un presunto motivo di salvaguardia specifica; ma, soprattutto, non si convincono di queste assurdità, di tali follie perpetrandole in nome di una demenziale motivazione umanitaria.

Un business, ecco cosa è oggi la vivisezione.
Un ricercatore che voglia sfondare nel difficile mondo dei suoi, e sottolineo, suoi simili, dovrà realizzare una ricerca, a prescindere dalla sua utilità reale, che coinvolga il maggior numero di animali, possibilmente superiori. Dovrà quindi sbattersi per farla pubblicare in una rivista specializzata. In pratica egli dovrà trovare un finanziatore iniziale che creda nella “causa” o che ritenga utile l’impegno economico per secondi fini: a quel punto il “gioco” è fatto.
Il prodotto finale potrà essere utile realmente all’umanità o meno, ma avendo seguito “il protocollo” esso sarà comunque degno di considerazione da parte di colleghi e quant’altro.
Ma tutto questo che ripercussioni può avere?
Sull’immediato potrei dire: la sofferenza, la tortura, la morte per migliaia, centinaia di migliaia, milioni di animali innocenti.
La cosa . . . . . il risultato che viene presentato con enfasi al cittadino, di solito, è una novità inimmaginabile prima, un farmaco dalle potenzialità indicibili, un test risolutivo, ecc.
Ma gli scienziati sanno bene che esistono delle differenze interspecifiche non sempre definite; alcune sono note: ad esempio la cicuta è un buon cibo per i cavalli e le capre, l’oppio è innocuo per i cani, le mandorle sono letali per le galline, il prezzemolo è mortale per i pappagalli, l’arsenico è un blando tossico per le pecore, ecc. ma queste sono evidenze riconoscibili da esperienze empiriche di cui anche un acuto osservatore può essere informato.
Quando “lavorano”, “sperimentano” sulle patologie e sulle relative terapie ad esse correlate, i cosiddetti ricercatori, tendono a lavarsi la bocca con malattie “costruite” in laboratorio sugli animali più simili a noi in quel particolare aspetto.
La verità è che il modello animale prodotto in laboratorio è sempre irreale ed utopistico.
Al massimo può essere ottenuta una sintomatologia tipica della malattia in questione, non certo la malattia vera e propria che è il risultato di una concomitanza di fattori.

A monte, secondo me, si dovrebbe comunque valutare quello che io identifico come IL problema del pensiero sociale in un contesto di cultura occidentale.
Si è radicata “l’idea che il mercato, il più possibile libero da vincoli, sia la chiave e la soluzione dei problemi dell’umanità”(*). Questa idea si innesta profondamente sul presupposto secolarista, secondo cui le culture e i valori religiosi ed etici delle popolazioni non devono avere alcun ruolo nello sviluppo, perché “il mercato da solo sa meglio”. Questo dogma ideologico porta ad imporre un modello unico di sviluppo in ogni Paese del mondo, indipendentemente dalle differenze culturali; e, più precisamente, a distruggere i valori peculiari locali, con l’”arrogante presupposto che i valori culturali occidentali, associati alla globalizzazione, sono universali, ma la cui imposizione in realtà è percepita dalle altre popolazioni come imperialismo”(**).
Alla base c’è anche una concezione dispotica dell’uomo nei riguardi della natura, secondo la quale l’uomo ne è il padrone assoluto e può disporre di essa come gli piace e nella maniera per lui più utile e di maggiore profitto.
La concezione utilitaristica – economicista, che vede nell’animale un bene da sfruttare, è da troppo tempo presente nella storia umana. Infatti da tempo immemorabile l’uomo si è servito degli animali per i lavori agricoli, per il trasporto di persone e di cose prima, per presunte necessità alimentari e di vestiario dopo.
Con l’avvento dell’industrializzazione, con la crescita dei bisogni alimentari e della richiesta di capi di vestiario di gran lusso, sono nate gravissime forme di sfruttamento degli animali, tese al massimo profitto immediato, che non hanno tenuto conto né delle esigenze vitali minime di essi, né dei danni inflitti alla riproduzione delle specie animali e dell’ambiente terrestre e marino, né del fatto che alcuni comportamenti, distruttivi e predatori, compromettevano il futuro di alcune parti del pianeta.
Comportamenti barbari e distruttivi, che comportano gravi sofferenze agli animali, sono ad esempio la caccia alle balene ed a altri grossi cetacei che minaccia l’estinzione di alcune specie, l’uso della dinamite che distrugge la fauna ittica, lo sterminio di animali che abbiano la sfortuna di essere classificati quali animali da pelliccia, l’allevamento di varietà animali ai soli fini sperimentali, ecc.
Alla base di tali comportamenti c’è l’etica del massimo profitto, che non tiene in nessun conto sia le sofferenze inflitte agli animali, sia i danni recati alla biosfera, sia il peggioramento delle condizioni di vita del pianeta, le cui conseguenze graveranno sulle generazioni future.
La vivisezione è una tra le odiose forme di mancanza di rispetto per la vita, sia essa umana sia essa di altra natura. In un’era in cui esistono dei sistemi di ricerca alternativi, maggiormente affidabili e decisamente più economici, è un’eresia soltanto sostenere tale scelta definendola scientifica e finalizzata al benessere.
La vivisezione è morte.
Grazie.
· (*)S. Zamagni, Processi di globalizzazione, civiltà civile.., cit.
· (**) W.F.Ryan, Strategies for defeating poverty and building solidarity and democratic order, Jesuit project on ethics in politics

Eugenia Silvia Rebecchi



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