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Mercoledì 20 ottobre 2021, S. Maria Bertilla Boscardin

Il "rispetto" verso gli altri animali

APPROFONDIMENTI ANTISPECISMO


...per ciò che riguarda avere il diritto o no di lottare per gli animali, penso ovviamente che tutti abbiano questo diritto, e anche che debbano prenderselo! Ciò non significa che tutti siano coerenti con le loro scelte, con le loro idee etc. ma se ognuno deve aspettare di essere sicuro di avere le carte in regola per iniziare... Ed è anche nella lotta, attraverso le discussioni, che si può cambiare, fare critica ed autocritica, modificare le proprie attitudini e i propri valori...



http://www.liberazioni.org/liberazioni/articoli/BonnardelY-01.htm http://www.liberazioni.org/liberazioni/articoli/BonnardelY-01.htm

Per un mondo senza rispetto
Yves Bonnardel

Mi ricordo ancora bene di una discussione avuta parecchi anni fa, che mi aveva parecchio colpito perché avevo avuto la brutale percezione di ciò che significa veramente l'idea di "rispetto".

Avevo discusso a lungo con un amico ecologista riguardo a quanto potesse esser giusto mangiare carne, e poco a poco, in seguito a numerose argomentazioni e contro-argomentazioni, vedevo avvicinarsi il momento in cui lui avrebbe dovuto logicamente convenire che mangiare degli animali era un'ingiustizia nei loro confronti, e che questa ingiustizia non era né più né meno importante nel caso si fosse trattato di uomini. Ma alla fine, la mia delusione fu grande, perché lui pose fine al dibattimento dichiarando che ciò che dicevo non era falso, ma non comportava necessariamente il rifiuto della consumazione di carne: invece, aggiunse, è importante rivedere il nostro relazionarci agli animali e non trattarli più come della semplice materia. L'importante, concluse, è mantenere o ristabilire un rispetto dell'animale. Tale rispetto per lui, ahimé, non comportava l'esclusione dell'alimentazione carnivora, né tantomeno della carneficina che ne consegue, e mi diceva peraltro di ammirare e voler ritrovare il grande rispetto che provavano gli indiani dell'America per gli animali che cacciavano, in cui questi vedevano dei loro pari di cui si servivano con ripugnanza e con molto dispiacere, e che uccidevano solamente dopo avere chiesto loro più volte perdono ed essersi palesemente scusati del male loro inflitto.

In effetti, già all'epoca questa nozione di rispetto mi era stata più volte argomentata in circostanze simili, e di recente ho avuto occasione di sentirla ancora. Poiché questo argomento ritorna spesso nelle conversazioni, ritengo utile spendere due parole a riguardo. Questa nozione sembra rivestire un grande valore agli occhi di chi la utilizza, perché sembra che possa chiudere agevolmente e senza replica una divergenza o un conflitto, e far cessare il dibattito riconciliando le posizioni avverse. Ma per me è inaccettabile: si tratta, infatti, di un gioco delle tre carte che mira proprio ad aggirare la questione, e che in tal senso assomiglia soprattutto ad una prestidigitazione verbale.

Quel rispetto, di cui si fa così grande uso e che si invoca così facilmente, è puramente astratto, perché concerne soltanto la disposizione mentale del dominante, il suo atteggiamento psicologico, e in pratica non comporta quasi nessuna conseguenza, alcun cambiamento nelle azioni. Nel contesto della discussione di cui parlavo non si trattava che di un modo in più per negare gli interessi degli animali, focalizzando l'attenzione e l'importanza non sugli effetti concreti di una relazione o di un'azione (quale era il mio proposito) ma sullo stato d'animo che l'accompagna. È proprio il rifiuto di dare importanza ad altri aspetti che non alla vita del dominante, rimandando le tribolazioni del dominato a differenti casi di significato (positivi o negativi) per il dominante . Ciò che contraddistingue alla fine l'evocazione di questo rispetto è proprio il rifiuto di considerare gli interessi dei dominati. E questo negando del tutto la dominazione, quella che esercitiamo, per valorizzare al contrario noi stessi tramite l'affermazione del nostro eccellente stato d'animo, della nostra buona volontà ("non abbiamo cattive intenzioni, al contrario, siamo in buona fede: siamo ri-spet-to-si").

È rispettabile il rispetto che provano i dominanti?

Da bambino, la parola "rispetto" faceva parte di quelle parole misteriose delle quali non riuscivo ad individuare precisamente il senso, delle quali non sapevo sbrogliare la matassa dei molteplici significati, che mi apparivano contraddittori sotto ogni aspetto. È stato solamente molto più tardi, quando ho potuto stabilire un rapporto netto tra "rispettare" e "portare rispetto", che le cose si sono chiarite.

Così, "rispettare i propri genitori" significa essenzialmente: "temerli" e, nella pratica, comportarsi in modo da non doverli temere. Ma anche non smascherare l'impostura della loro "autorità", non metterla in discussione.

In un altro campo delle relazioni inter-umane, un magnifico proverbio russo esprime il concetto molto bene e con candore: "È possibile che una moglie ami il marito che non la picchia mai, ma non è possibile che lo rispetti".[1]

Ed infatti, quando si parla di rispetto lo si fa quasi sempre in seno a relazioni di conflitto (tra eguali) o, più spesso ancora, in seno a relazioni di dominazione.

Esempio in caso di conflitto: "Io rispetto le tue idee, tu rispetta le mie! ", o ancora: "Io rispetto te, tu rispetta me allora!". Non è nient'altro che un accordo "niente per niente" basato su reciproche minacce: "Io non attacco te, tu non attacchi me". Oh, che bella, encomiabile relazione quella dove ogni discussione viene evitata in questo modo! Quel rispetto lì rievoca i rapporti di forza come lo stato di non-belligeranza ottenuto con la corsa agli armamenti nucleari, e certamente non scaturisce da una reale considerazione. Si tratta sempre di marcare un territorio al quale l'altro non si avvicinerà, di individuare una no-man's-land , di tenere l'altro a "rispettosa distanza".

Parlando di una relazione di amicizia, certamente non sarei mai tentato di definirla rispettosa, ma semmai, per esempio, come relazione di stima. E così per ogni relazione realmente egualitaria ed amichevole, per le quali la nozione di rispetto sembra, in effetti, fuori luogo. Perché non ho alcuna distanza da mantenere, e neanche niente da mascherare. D'altronde non si smette di citare (e non di evocare, bensì di invocare!) il rispetto nelle relazioni genitori-figli, uomo-animale, uomo-donna, così come nelle relazioni tra diverse comunità, ecc. Personalmente, quando adesso sento parlare di rispetto, o allo stesso modo di tolleranza (un'altra idea generalmente dello stesso stampo), mi viene la nausea.

Tolleranza, galanteria e chi più ne ha più ne metta

"Io sono tollerante, rispetto gli omosessuali (o gli arabi, ecc.), loro possono fare ciò che vogliono, finché non m'infastidiscono! ". Finché si tengono a distanza e restano piccoli piccoli: che stiano in riga e restino al posto loro. Non per niente in Olanda si parla molto nei luoghi contestatari di "tolleranza repressiva". In un'ottica di dominazione tolleranza o rispetto significano al più (?) indifferenza, quando non sono in realtà una stigmatizzazione, quando non si punta il dito contro. In un'ottica egualitaria sono parole che non hanno più ragion d'essere, o, meglio, non hanno più senso.

Ciò è illustrato benissimo dall'evoluzione della galanteria in questi ultimi decenni; è tipicamente una di queste forme di rispetto che, in un'ottica generale di dominazione, obbliga al minimo indispensabile: la galanteria esige che un uomo lasci passare le donne davanti a sé, che ceda il suo posto sull'autobus alle donne incinte, ma non impone per niente che passi lo straccio sul pavimento o badi ai marmocchi, che faccia la spesa o accetti che la sua metà lavori (per fare solamente qualche esempio). La galanteria esige delle testimonianze di considerazione che costano poco, ma che fruttano molto: sono testimonianze pubbliche e largamente pubblicizzate, che fan sì che chiunque garantisca che Tal dei Tali tratta bene le donne e le tiene in alta considerazione. Essere galante significa prendere due piccioni con una fava: si mantiene la confusione nelle dominate ("ma no, lui non mi disprezza mica, lui mi rispetta") e si rinforza il dominante nel suo bel ruolo. Ora, a partire dal momento in cui un numero sufficiente di donne si sono pubblicamente opposte, dove la dominazione è stata detta, la galanteria ha perso la sua funzione di maschera ed è progressivamente scomparsa: non ha più molti motivi di esistere - senza nemmeno, del resto, che l'uguaglianza uomo-donna si sia realmente realizzata: oggi si parte dal postulato, implicito e comodo, che le donne avrebbero oramai le stesse possibilità degli uomini di realizzare liberamente la loro vita, e che la società attuale proporrebbe loro un'opportunità di scelte ampia e di facile accesso come per gli uomini, ma queste possibilità, molto spesso, sono soltanto formali. Si potrebbe fare lo stesso discorso per ciò che riguarda la funzione dello "spirito cavalleresco", per gli amanti dei vecchi tempi (la "difesa della vedova e dell'orfano" da parte di quelli stessi che li rendevano vedove od orfani!), o quello del paternalismo nelle imprese o nelle Colonie; il declino del paternalismo, del resto, è dovuto non alla scomparsa dei rapporti inegualitari - in tal caso si saprebbe! - ma piuttosto alla loro trasformazione: il neo-colonialismo ha sostituito il colonialismo di papà, e, nelle imprese, la Modernità ha instaurato nuove maschere, di buona efficacia, che sono la partecipazione e la concertazione sociale.

Del resto, anche nel contesto del neo-colonialismo e della miseria cronica, che preserva le "necessità" economiche e geopolitiche dei paesi dominanti nel resto del mondo, gli aiuti umanitari (o bellico-umanitari), oggi fiorenti grazie al grande supporto mediatico, dovrebbero apparire per ciò che realmente sono: galanteria, pura galanteria. Affinché smettano di esserlo, non è la carità che ci vuole, ma una reale condivisione delle ricchezze.

E il rispetto che provano i dominati?

Il rispetto entra in scena in diversi modi, e riveste delle funzioni evidentemente diverse a seconda che si tratti di ciò che deve provare il dominato per suo dominante, o di quello che dice provare quest'ultimo nei confronti del suo dominato. Il primo, costretto ma generalmente ritenuto libero e naturale, mira a tenere lontano il dominante, nella sua falsità e superiorità, a non smascherarlo, a non spogliarlo del suo prestigio: rispettare il re è evitare di vedere che il re è nudo. Rispettare la legge, rispettare la democrazia, è legittimarle. Non dissacrare l'idolo, il feticcio, non avvicinarsi al suo piedistallo per non farsene un'idea troppo precisa che romperebbe l'incanto. Il rispetto del dominato per ciò che lo domina, e che lui ritiene superiore, non è fondamentalmente diverso da un rispetto religioso. Può anche essere, dopo un po' di contorsioni mentali, che si dia per amore, libertà o razionalità; alla base, resta fondato sul timore. [2] Ma in ogni caso è sempre un rispetto che si traduce in atti di deferenza e sottomissione. Per un dominato, rispettare è sottomettersi. Il rispetto che dice provare il dominante, al contrario, ha come caratteristica principale il non tradursi in alcun atto (o al limite in pochissimi): esso è detto, ed è soltanto questo. Non vuole intervenire nella realtà, concretizzarsi, ma mira a trasfigurare la realtà nell'immaginario per non doverla rimettere in causa. Esso ha anche per funzione il mascherare i rapporti di dominazione, talvolta consciamente, ma spesso inconsciamente (ma non è questo il vero problema). L'invocazione del rispetto è allora un'invocazione magica che fa rientrare sulla retta via una realtà che altrimenti apparirebbe inquietante e malsana.

Il rispetto: maschera, legittimazione, tenuta a distanza

Questo spiega benissimo perché quando si parla di mangiare animali tante persone, spontaneamente, trovano il modo di inserire nella conversazione il fatto che loro si sentano vicine a questa sensibilità, a quel rispetto che avevano gli indiani d'America, che, quando bastonavano, sventravano, intrappolavano, pescavano, ecc. un animale gli andavano subito vicino a chiedergli perdono. In tutta franchezza, io non so perché gli indiani si dedicassero a questo genere di ginnastica mentale [3], ma vedo benissimo l'interesse che ha la gente in Occidente a rivendicarlo tanto spesso: un tale rispetto non obbliga rigorosamente a niente, perché è solo un atteggiamento mentale, e in particolare non cambia niente per l'animale interessato; al contrario, permette all'oppressore di preservare la sua buona fede, ovvero di negare la dominazione (perché non c'è cattiva intenzione), di preservare un'immagine valorizzata di se stesso. Questo rispetto resta platonico, e permette di tutelare la sostanza: il fatto di uccidere l'animale.

Dignità degli uni e rispetto degli altri: la difesa animale

Un altro esempio ancora viene dalla Dichiarazione Universale dei Diritti degli Animali [4], a firma di un'associazione della difesa animale: la Lega francese per i Diritti degli animali (LFDA). Questa dichiarazione, che gode di una certa fama tra i media, non mira a nient'altro, sotto la parvenza di promuovere alcuni diritti degli animali, che a legittimare nella pratica la consumazione di carne, la pesca (industriale e sportiva), la caccia ecologica, e la vivisezione "quando è necessaria". Mira cioè a fondare nel diritto l'essenza della attuale dominazione degli uomini sugli animali, condannandone unicamente gli "abusi" (corride, zoo, circhi, caccia sportiva, maltrattamenti su animali domestici, ecc.). Ora, è significativo che non abbia mai letto alcun altro testo dove le esortazioni al rispetto ritornino con tanta insistenza:

- ogni vita animale ha diritto al rispetto
- l'animale morto deve essere trattato con decoro
- gli spettacoli [...] devono rispettare anche la loro dignità
- ecc.

Si capisce bene che l'animale morto non può che essere totalmente indifferente a tutta questa cortesia, esattamente come l'animale ancora vivente: esso può ovviamente trovare un vantaggio nel non essere più maltrattato, ma è probabile che se ne infischi completamente del fatto che si rispetti o no la sua dignità. Queste nozioni di rispetto, di dignità, di decenza hanno evidentemente un senso soprattutto per gli umani. E dunque, questo rispetto gli autori della Dichiarazione lo rivolgono a loro stessi e agli altri umani, ed è proprio la loro dignità di uomini-padroni-degli-animali che hanno il dovere di rendere così onorabile ai loro stessi occhi, facendo delle dichiarazioni, delle declamazioni e delle proclamazioni di buone intenzioni davanti all'Animale, il quale, senza chiedere più di tanto, preferirebbe piuttosto dei miglioramenti più concreti della propria sorte.

Tra l'altro, il virtuosismo di questa associazione (la LFDA) nell'arte di rispettare ogni cosa che intende in realtà tenere a distanza e non tutelare, lo dimostra ancora, tra altri, il seguente estratto:

"Per quanto concerne l'utilizzo a fini alimentari degli animali destinati alla macelleria o alla salumeria, bisognerebbe essere un vegetariano particolarmente intollerante per opporre, a nome suo e di altri, una condanna ed un rifiuto totale e definitivo. La scelta di un regime rigorosamente vegetariano risponde a delle motivazioni personali che scaturiscono dalla libertà individuale, che si tratti di ragioni dietetiche ritenute valide dagli interessati, o di ragioni basate su convinzioni ideologiche profonde e rispettabili. Tuttavia, è il caso di fare due osservazioni: innanzitutto, la Storia ci fornisce parecchi esempi di feroci vegetariani che si comportarono all'epoca da tiranni sanguinari, che non rispettarono né la vita umana né quella animale. D'altro canto, e questo è più importante, la privazione di alimentazione carnea comporterebbe evidentemente, per certi malati in particolare e per tutti gli Uomini in generale, dei rischi di carenze... ".[5]

La parola "rispettabile" acquista qui tutto il suo senso nell'esser preceduta dal versetto obbligatorio sull'intolleranza, e di essere seguita dalla non meno obbligatoria (e oh! quanto delicata e pertinente) allusione a Hitler, senza contare la trasformazione verbosa in "privazione" di carne ciò che la LFDA non vuole percepire come un rifiuto di mangiare animali.[6]

Come ho già detto, questo rispetto, che si ritiene di dover provare verso gli animali (del quale questi, però, non sanno che farsene finché non si assicurano loro delle condizioni di vita migliori e non si abolisce la loro oppressione), occorre però rivolgerlo a qualcuno... e a chi altri se non a colui che lo professa così dignitosamente, con una così grande apertura mentale ed una così nobile bontà di animo? Ed infatti ci si accorge presto che la maggior parte della gente, tra cui i militanti delle associazioni di difesa animale (SPA, Lega francese Contro la Vivisezione, ecc.), giudicano che uccidere o fare soffrire degli animali più di quanto non sia "necessario" agli umani (la definizione di questa necessità è elastica, sospettiamo...) è non soltanto "inutile", ma anche degradante, irrispettoso, indecente, ecc. per gli uomini: non solamente per gli individui che sono direttamente implicati in queste pratiche, ma per l'Umanità tutta, che così ne viene sminuita.

La difesa animale è tipicamente paternalista nelle sue rivendicazioni, e mira solo a ricondurre lo sfruttamento in forma addolcite, ma non meno criminali. Le grandi manifestazioni degli ultimi anni avevano per tema "Contro il martirio animale e per la dignità umana": qui si tratta innanzitutto di ridare lustro ai fregi dell'umanità, che sarebbero stati opacizzati da usanze "di un'altra epoca", "barbare", "arcaiche", ecc. Tutto ciò ha ben poco a vedere con la questione del benessere degli animali, e spesso non è che un pretesto per emanare un rancore ed elevarsi a buon esempio per l'umanità. Ma, allo stesso tempo, si tratta di un chiaro tentativo di rispondere al crescente malcontento riguardo a ciò che facciamo agli animali: una risposta del genere però è solo polvere negli occhi, dichiarazioni di buona fede che mirano a bloccare ogni rimessa in discussione dei nostri privilegi. Piuttosto che voler cambiare una realtà che le mette a disagio, che è presumibilmente il fatto stesso che noi dominiamo gli animali, queste persone preferiscono demonizzare degli "abusi" (cos'è che distingue un abuso da una pratica considerata normale?) e dei capri espiatori (vivisettori, lobby, maniaci della corrida, amanti delle pellicce, ecc.), per poter più facilmente chiudere gli occhi sul resto e mantenere valide le loro pratiche.

Eh sì: in un contesto di dominazione, portare rispetto e avere considerazione sono due cose molto differenti, e in genere quanto più si rispetta qualcuno, tanto meno lo si vuole considerare.

Certamente, in contrasto con ciò che ho affermato sin qui, esistono sicuramente delle persone che parlano di rispetto dei dominati avendo davvero in mente l'abolizione della loro oppressione.[7] E allora sostengo che questa parola non è la più opportuna. È meglio, a mio avviso, lasciarne l'uso esclusivo a tutti coloro che vogliono continuare a consolidare i propri privilegi, o ancora, a tutti quelli, dominanti o dominati, che per tutte le buone ragioni che si possono immaginare aspirano al mantenimento dello status-quo: così si sa senza ambiguità di cosa si parla. Voler farla finita con le dominazioni, non è forse volere un mondo senza rispetto?

Note
1. Proverbio citato da Élise Boulding, "Le Donne e la Violenza sociale", nella raccolta La Violenza e le sue Cause, UNESCO, 1980, p. 255. Citato anche da Daniel Welzer-Lang, Gli Uomini violenti, Lierre et Coudrier editori, Parigi, 1991, p. 152.
2. Come, in situazione di costrizione, si possa essere portati a credersi liberi, e quali siano le ulteriori conseguenze ideologiche e pratiche di tali situazioni per l'individuo che vi si trova immerso, è ciò di cui trattano due libri da psicologia sociale di J. L. Beauvois e R. Joule (Sottomissione e Ideologie, ed. P. U. F, 1981, e Breve Trattato di manipolazione a uso delle persone oneste, Presses Universitaires de Grenoble, 1987). Questi autori forniscono delle chiavi importanti per comprendere certi aspetti del funzionamento della vita di società, come gli individui razionalizzino le loro azioni a posteriori ed integrino certi valori e non altri, e perché e come la nozione di libertà sia così importante in certi sistemi socio-politici (le democrazie).
3. Ma ho una mia idea in proposito. Gli indiani ai quali si fa riferimento erano animisti, credevano nell'esistenza di un'anima in ogni pietra, ogni corso di acqua e ogni animale. Credevano alla sopravvivenza dell'anima degli animali come a quella degli uomini, e al loro potere sui viventi, e temevano dunque che gli spiriti di un animale maltrattato potessero tornare a vendicarsi: da qui dunque l'interesse a scusarsi e a dare una grande pubblicità alle proprie scuse, affinché lo spirito comprendesse bene che "non si aveva l'intenzione, ma bisognava farlo" (si ritrovano credenze e pratiche simili nella Grecia arcaica, dove un omicida smetteva di essere "macchiato" dal suo crimine nel momento in cui la sua vittima -umana- lo perdonava dall'aldilà). Se la mia ipotesi è corretta, il loro rispetto (come il rispetto filiale, il rispetto delle leggi...) è ispirato allora dal timore, cosa che non trovo assolutamente degna di stima, per due ragioni: 1) preferisco chiamare "gatto" un gatto, e "timore" un rispetto ispirato dal timore; 2) non trovo onorabile, né ragionevole, mettermi a rispettare, ammirare, venerare o servire qualcosa che temo: è questo l'atteggiamento abituale degli uomini verso ogni potere che è loro superiore, e davanti alla forza in generale. Penso veramente che si abbia solo da guadagnare, in comprensione e azione, a sostituire alla psico-logica del rispetto l'analisi logica dei rapporti con la forza.
Detto ciò, ci sarebbe molto da dire, in altro ambito, anche sull'attuale infatuazione indianista, che corrisponde molto spesso alla re-importazione di un modo di pensare religioso, l'animismo, per la trasversalità dell'interesse che suscita l'immagine del bell'indiano di figura maschile, che resiste all'invasore, ecc. (invece, ad esempio, si parla pochissimo delle culture relativamente vicine, in quanto alle loro concezioni del mondo, che sono potute esistere, ed esistono ancora, in Africa nera: è che gli africani non hanno, ahimé, un'immagine altrettanto bella, di marca e vicina agli Occidentali come gli Amerindi).
4. Qui mi permetto di riprendere alcuni passaggi di un precedente articolo, perché mi sono già dedicato ad una critica dettagliata di questa Dichiarazione nel numero 2 (gennaio 1992) dei Quaderni antispecisti lionesi. Ciò è, in effetti, una vera truffa. Non è un caso se uno dei suoi più eminenti propagandisti correnti, Giorgio Chapouthier, autore di parecchi libri sui diritti degli animali, oltre al fatto che ciò non gli impedisce di mangiare carne, è egli stesso vivisettore!
5. Testo Salute e Violenza sull'uomo e l'animale, di J. Proteau (un medico!) nell'opuscolo della LFDA, Violenza e Diritti degli animali, 1985. La parola "rispettabili" l'ho messa io in corsivo.
6. La dominazione si mostra sempre come godimento, finché nessuno sconforto morale o sensibile vi si insedia, e cerca di persuadersi che il rifiuto di partecipare è un segno del non-saper-vivere, una rinuncia incomprensibile o malaticcia, un ascetismo, un'incomprensione generale di quello è che la vita, la vera vita. I bravi viventi fanno buona carne, gli altri non hanno 'capito' niente (il segreto della felicità non è forse essere in fase, in armonia, con l'Ordine del Mondo?), e rinunciano, tristi, malati, degenerati per non aver compreso che l'essenza della Vita, della Natura, è il regno della forza e dell'insensibilità nei confronti di ciò su cui si detiene il potere.
7. È il caso, ad esempio, di Tom Regan che considera che "trattare degli individui con rispetto consiste nel non trattarli come mezzi di un fine", e che il diritto al rispetto è assoluto per tutti gli "oggetti di una vita", che non devono essere da parte loro essere strumentalizzati in alcun modo (vedere in particolare l'intervista di Tom Regan nei CAL n. 2, gennaio 1992, pagine da 15 a 26). Ma forse questo riferimento alla nozione di rispetto è spiegato, in questo caso preciso, dalle credenze religiose di Tom Regan, che possono portarlo a credere che "tutto va in fin dei conti nello stesso senso", e che un atteggiamento psicologico "positivo" da parte del dominante porta necessariamente delle conseguenze positive per il dominato.
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Teorie e strategie per l'antispecismo
intervista a Yves Bonnardel

Puoi presentarci i Cahiers antispécistes? Qual è stato il motivo della loro fondazione?

Si tratta di una rivista militante, incentrata sulla filosofia morale e sull'analisi politica e strategica, che è stata creata nel 1991 allo scopo di contribuire alla nascita di un movimento antispecista in Francia. Si trattava di dare la possibilità al giovane movimento di fornirsi di basi di riflessione e di azione, e di comunicare le informazioni che lo riguardavano. Effettivamente, ciò ci ha permesso di intraprendere una riflessione di fondo, di tradurre numerosi autori, soprattutto anglosassoni, che erano completamente inediti e sconosciuti in Francia, e di dare il via ad un movimento francese che finalmente è molto attento verso ciò che esiste nel resto del mondo.


Pensate di riuscire a far evolvere la mentalità dei non militanti attraverso la filosofia?

Nel caso dello specismo, non vedo come si potrebbe cambiare il mondo senza una vera e propria rivoluzione culturale. Sono i fondamenti stessi della nostra morale, nel nostro modo di fare politica, della nostra visione del mondo etc. che devono essere rivisti. L'antispecismo porta necessariamente ad una rivoluzione culturale più ampia, che non si realizzerà facilmente, e soprattutto non da sola. La filosofia, ma anche l'analisi politica sono molto importanti. È grazie a loro che il movimento in Francia è un vero movimento politico, che si propone degli obiettivi di trasformazione della società, e che riflette veramente sui mezzi teorici e pratici per giungervi. Il che è notevole, all'interno di una sinistra che segue con più facilità i cambiamenti di umore piuttosto che darsi strategie coscienti attraverso riflessioni di fondo.

Non sempre ci rivolgiamo ai/alle non militanti direttamente con la filosofia, ma la filosofia (o semplicemente l'analisi) ci aiuta a riflettere sulle idee che intendiamo mettere in evidenza, su ciò che dobbiamo criticare, in una parola ci aiuta a definire cos'è lo specismo e quali sono le ideologie sue complici, e quali saranno i metodi da utilizzare per rimetterlo in questione.

Pensi che ci siano delle similitudini tra specismo, razzismo, sessismo, adultismo? Cosa ti fa pensare la frase "prima gli umani"?

Una sociologa francese, Colette Guillaumin, ha mostrato molto bene che finché ci sono rapporti sociali di appropriazione, i dominanti guardano a se stessi come soggetti individualizzati, liberi, aventi un valore in sé e agenti secondo dei fini individuali. Invece i dominanti vedono i dominati come delle cose (il che è normale dal momento che essi sono di loro proprietà), cioè come esseri non individualizzati, non agenti secondo fini personali ma al contrario asserviti ad un fine esterno a loro (le donne per esempio sono al servizio della riproduzione della specie, i bambini devono sottomettere la loro vita alla necessità di diventare adulti, gli animali sono o al nostro servizio o ingranaggi degli Equilibri naturali...), come modelli e rappresentanti della loro Categoria (le donne rappresentano l'Eterno Femminino, gli individui animali sono rappresentanti della loro specie, i neri sono esemplari indifferenziati del tipo Nero, l'esistenza dei bambini non esprime altro che l'Infanzia etc.) e li vedono come esseri determinati; i dominati non si vedono mai riconoscere una reale coscienza loro propria: essi sono programmati dalla Natura (che sostituisce Dio nell'immaginario religioso contemporaneo) per occupare il loro spazio sociale... ma no, naturale!, essi hanno degli istinti (contrariamente ai dominanti i quali sono guidati dalla ragione) etc.

Il Partito Umanista tempo fa affiggeva dei manifesti intitolati "prima gli umani". È questo infatti il credo umanista, che si guarda bene dal tentare di giustificarlo. Gli umanisti si guardano dal dire che è l'appartenenza ad una categoria biologica che dà valore agli umani e toglie valore agli individui sensibili di altre specie, perché ciò ricorderebbe troppo il razzismo, cosa che loro preferiscono evitare. Dunque dicono: "è per il fatto che gli umani sono liberi (o razionali o intelligenti...) al contrario degli animali, dai quali ci separa un abisso". In realtà non si vede perché questo criterio di libertà (o di ragione o di intelligenza...) sarebbe pertinente per decidere di chi preoccuparsi e di chi fregarsene. E chiaramente quel criterio, se fosse veramente preso sul serio dagli umanisti, servirebbe a giustificare l'ingrassamento di neonati umani per i nostri pasti, oppure degli anziani arteriosclerotici, o dei soggetti autistici o... Francamente, perché il fatto che un neonato sia meno intelligente di un presidente della Repubblica, di un truffatore, di una Marie Curie o di un Mozart dovrebbe legittimare il trattarlo in qualunque modo, il disinteressarsi del suo interesse a vivere una vita la più soddisfacente possibile, la meno dolorosa possibile? E se questi criteri non sono validi per giustificare che si mangino i neonati, perché lo sarebbero per giustificare che si mangi un maiale o una trota? Forse perché il neonato è umano? Perché appartiene alla categoria biologica umana? Ma a questo punto, perché essere contro il razzismo, contro il fatto di non considerare gli interessi di chi non appartiene alla nostra "razza" (o al nostro "sesso")?

L'umanismo è uguale allo specismo. Oggi si pretende che l'umanismo sia il partito dell'uguaglianza. Ma l'umanismo ha legittimato la dominazione maschile o la schiavitù dei Neri per secoli, oggi come ieri legittima la totale mancanza di diritti dei bambini etc. Il partito dell'uguaglianza, nel corso dei secoli, ha dovuto giocare contro l'umanismo dell'epoca. "Prima gli umani" è una frase che mi fa venire in mente le peggiori atrocità.

A parte la rivista, quali sono le altre vostre forme di azione?

Organizziamo o partecipiamo a conferenze e dibattiti, scriviamo articoli per altre riviste, pubblichiamo volantini, libri, manifesti... Abbiamo partecipato a gruppi locali, ad incontri nazionali ed internazionali, invitato filosofi stranieri... In generale, l'insieme delle nostre azioni è dedicato alla diffusione di idee: ritengo che al momento attuale sia ciò che importa di più.

In un mondo massicciamente specista, è l'affermazione di una critica dello specismo che deve venir prima di ogni forma di azione "pratica" (come liberare animali destinati alla macellazione, per esempio). Il nostro scopo non è salvare dieci, cento, mille o centomila individui tra i miliardi che, solo in Francia, vengono uccisi ogni anno, ma cambiare la società tutta intera, affinché nessuno, domani, e neanche dopodomani, opprima più gli individui sensibili di altre specie. Una simile rivoluzione non si realizzerà solamente attraverso un cambiamento paternalista delle sensibilità, ma passerà necessariamente attraverso una trasformazione delle basi stesse del nostro modo di percepire gli altri esseri sensibili, e dunque anche di percepire noi stessi, le relazioni tra umani, il mondo, la società etc.

Nell'ottica dell'uguaglianza animale, le azioni prendono senso soprattutto se servono a promuovere l'idea di uguaglianza animale, l'idea che la discriminazione specista è ingiusta, ingiustificabile ed è importante combatterla tanto quanto altre discriminazioni, per esempio razziste, sessiste, adultiste etc. Altrimenti, si riesce a salvare qualche individuo che viene rimpiazzato in modo praticamente automatico da altri che subiranno la medesima sorte, e si rischia di dover fare ancora la stessa cosa tra 500 anni!

La maggior parte delle persone impegnate nell'antispecismo in Italia crede che si tratti di una lotta "trasversale" e che non occorra avere idee politiche precise per definirsi "antispecista".

Sì, in Francia era lo stesso 15 anni fa! Ora la situazione è molto cambiata; quando Le Pen si è candidato alle presidenziali nel 2002, una grande organizzazione che si chiama One Voice ha emesso un comunicato in cui si rammaricava che nessun partito politico avesse fatto menzione della protezione degli animali nel suo programma elettorale, salvo il Fronte Nazionale; aggiungendo che, anche se OV deplorava questa assenza nei programmi di altri partiti politici e se ne domandava la ragione, era tuttavia fuori questione sostenere un partito, quello di Le Pen, che difende idee inegualitarie, mentre la lotta per gli animali si iscrive al contrario in una logica egualitaria! Questo tipo di reazione da parte di una grande organizzazione animalista sarebbe stata impensabile ed inimmaginabile solo 10 anni fa!!!

Credi che una persona di destra abbia "diritto" di lottare per gli animali, se è vegetariana?

Dipende da cosa intendi per "destra"; molte persone di destra pensano di essere (e forse a volte lo sono davvero) per l'uguaglianza e in questo caso non è incoerente; alcuni sono di destra perché pensano che la chiusura delle frontiere, per esempio, è meglio per tutti; o sono per la repressione penale per le stesse ragioni etc. Non tutte le persone di destra sono inegualitarie, anzi, posso dirti all'inverso che la gente di sinistra è lungi dall'essere tutta egualitaria (sulla questione dell'immigrazione, su quella dei bambini, degli animali, delle donne etc.). Insomma, io credo che si tratti di una divisione diversa da quella tra destra e sinistra, più complicata: per esempio nel mio caso, anche se è chiaro che mi colloco in una cultura di sinistra -- si tratta dei miei riferimenti storici -, non mi riconosco molto negli ambienti di sinistra per come esistono ed infieriscono, che ritengo essere molto reazionari, quasi i più grandi ostacoli ad un reale miglioramento del mondo. Bene, non dico questo per valorizzare la destra, che non è migliore, anzi è peggiore. Ma per ciò che riguarda avere il diritto o no di lottare per gli animali, penso ovviamente che tutti abbiano questo diritto, e anche che debbano prenderselo! Ciò non significa che tutti siano coerenti con le loro scelte, con le loro idee etc. ma se ognuno deve aspettare di essere sicuro di avere le carte in regola per iniziare... Ed è anche nella lotta, attraverso le discussioni, che si può cambiare, fare critica ed autocritica, modificare le proprie attitudini e i propri valori...

Ritieni possibile collaborare con gente di destra che lotta per gli animali?

Per quanto mi riguarda, penso che sia possibile; bisogna vedere come. È possibile in una certa misura lavorare con gente di destra, in una certa misura con dei mistici, dei cristiani, dei "regionalisti" o quant'altro... quando si tratta di lavorare concretamente (per esempio, nel Veggie Pride); ma quando si tratta di divulgare idee, non è più possibile farlo insieme a persone con cui non si è d'accordo: con dei mistici o con degli inegualitari, per esempio.

Qual è il vostro rapporto con i partiti politici?

Per il momento, nessuno, da parte mia; c'è stato un momento in cui i Verdi hanno tentato di farci credere che si interessavano alla questione, ma era falso, e il contatto si è interrotto rapidamente (in ogni modo, il contatto non si era quasi per niente sviluppato). Il resto della sinistra se ne frega, o arriva perfino ad esserci esplicitamente ostile (José Bové, i cristiani di sinistra, i laici, la quasi totalità dei comunisti, una buona metà degli anarchici...); gli altri partiti non ci conoscono neanche.

Pensi che si possa collaborare con tutti i partiti o solo con alcuni?

Anche qui, tutto dipende dal livello in cui si sta lavorando: se si vuole proporre all'opinione pubblica il dibattito sull'uguaglianza animale, evidentemente non lo si può fare insieme a persone le cui idee sono del tutto opposte; se si vuole criticare il naturalismo, non lo si può fare con dei mistici/religiosi; ma se si vuol far passare qualche nuova legge su delle forme di sfruttamento meno brutale, si può tentare di collaborare con persone con cui per il resto non si è d'accordo; a condizione che le cose siano chiare, che i disaccordi eventuali siano espliciti, e che un'azione comune non sia presa come una complicità, un consenso implicito, un accordo, un sostegno. Ma l'occasione non si è ancora presentata. Per quanto mi riguarda, ho riluttanza a lavorare con partiti politici: rifiuto di considerarmi parte di qualsiasi cosa, cioè rifiuto che un'entità qualsiasi mi consideri come un membro e, di qui, ritenga di avere dei diritti su di me (nello stesso modo in cui lo Stato nazione ritiene che io "appartenga" alla Francia, nel senso peggiore del termine, e dunque di avere il diritto di governarmi, per esempio!). In realtà, non ho molta voglia di lavorare con gente che considera normale "gestire", "amministrare" il prossimo. Ma anche questo è un problema talmente sottile, nell'immensità dei problemi che la vita pone in questo mondo, che posso sicuramente metterlo da parte...

Spesso si dice, molto genericamente, che l'antispecismo è "legato" alle altre lotte di liberazione degli umani, ma non si è interessati a creare dei legami strutturali con movimenti politici e culturali definiti; di conseguenza, vengono utilizzati argomenti specisti per giustificare le posizioni antispeciste (come "la sperimentazione animale non è scientifica", o "mangiare la carne fa male" etc.) ma in un modo del tutto strumentale, senza preoccuparsi realmente dei problemi degli umani: il risultato è che si rinforza ancora di più il pregiudizio specista. Ed è una vera contraddizione: si arriva a rinforzare lo specismo in conseguenza di un disinteresse per gli umani!

È interessante questa formulazione e varrebbe la pena svilupparla! In Francia, all'inizio abbiamo tentato di unire la teoria e la pratica antispecista con altre lotte; era perché noi stessi venivamo da ambienti libertari, antirazzisti, antisessisti, anticapitalisti, per un mondo senza frontiere e senza prigioni, contro il dominio degli adulti sui bambini etc. e si voleva realizzare una sinergia di lotte, sia a livello di attivismo che di riflessione. Abbiamo sviluppato delle analisi politiche della questione animale che contemporaneamente procedono da altre analisi iniziate da altri movimenti (come le analisi del razzismo e del sessismo che sono state fornite dal movimento di liberazione dei Neri o delle donne) e nella maggior parte dei casi le completano e le rinforzano allargando la questione al di là della "frontiera" della specie umana (un esempio è la critica dell'idea di natura). Poiché eravamo già militanti, abbiamo continuato a lavorare molto sul campo con gli altri militanti, ma è diventato sempre più difficile; alcuni hanno condiviso le nostre analisi ma molti si sono irrigiditi negando il problema ed arrivando a volte a tentare di ridicolizzarci se non di diffamarci; molto rapidamente ci siamo resi conto che gli ambienti rivoluzionari erano lungi dall'essere così "progressisti", aperti, pronti a rimettersi in questione, come avevamo ingenuamente immaginato; al contrario, sono spesso ambienti imbevuti di superiorità politica e morale, e che di fatto accettano molto difficilmente le critiche, qualunque ne sia la provenienza (penso ad esempio alla critica femminista); e invece questa sarebbe la condizione fondamentale per una visione del mondo veramente critica, rivoluzionaria, aperta ... Ne siamo lontani. D'altronde, mi accorgo che l'analisi critica, politica e teorica dello specismo, se da una parte ha una portata sovversiva enorme, in potenza, fa poca presa sulla gente: essa è poco utilizzata, sottovalutata, e in qualche modo sprecata; abbiamo uno strumento fantastico per cambiare il mondo, la nostra visione del mondo, i comportamenti ed i valori della nostra società, e quasi nessuno se ne accorge: le sue virtù sono i suoi difetti: a metter troppo a soqquadro il nostro sistema di valori e il nostro posto nel mondo, la gente si spaventa e si tiene a distanza. È un po' il problema generale dell'antispecismo, così come si è sviluppato in Francia: mette in questione così tante cose, in modo così radicale, che si diffonde relativamente poco tra la popolazione. Può darsi che la nostra strategia di esplorazione del possibile (e dunque del modo in cui sovvertire l'ideologia umanista e il mondo che essa implica) fosse troppo avventurosa, troppo d'avanguardia, troppo avanti rispetto ai desideri della gente. Peccato! Per quanto mi riguarda, è ad un rovesciamento totale del mondo che aspiro!

Di fatto, ciò che sembra funzionare oggi sono le iniziative che provengono dagli antispecisti ma che non sono in sé antispeciste; degli eventi o delle manifestazioni che sono state pensate ed organizzate spesso con il bagaglio teorico antispecista ma che non sono esplicitamente antispeciste; penso al Veggie Pride, per esempio, che accoglie tutti coloro che sono vegetariani per gli animali e la cui organizzazione è aperta alle stesse persone senza alcuna restrizione, o ancora alla campagna Stopgavage per vietare la produzione di foie gras in Francia, grande campagna che raggruppa ora la maggior parte delle organizzazioni animaliste francesi, e che è completamente basata sulla considerazione degli interessi degli individui coinvolti, oche e anatre, escludendo ogni altro possibile argomento (salute umana, inquinamento etc.). Penso anche al sito "Animauzine", che è in effetti un sito sulla questione animale, senza alcuna restrizione ideologica, il che permette a molta gente diversa di pubblicare informazioni o analisi; anche lì, sono degli antispecisti che l'hanno creato... Ci sono anche degli incontri che si chiamano "Estivalia della questione animale", dove si ritrovano (sul posto e nell'organizzazione) numerosi antispecisti, ma che non sono in sé un'iniziativa antispecista.

Di conseguenza, aumentano gli antispecisti che non provengono da un ambiente militante "politico" ma da ambienti animalisti, o anche da ambienti che in partenza non sono affatto militanti (studenti etc.). Progressivamente, il movimento esce dai "ghetti politici"...

Detto ciò, esistono dei collettivi che sono esplicitamente per l'uguaglianza animale, soprattutto a Parigi, che fanno dei tavoli informativi, organizzano delle cene, delle azioni etc. In particolare, ogni anno si organizza un'azione d'assalto per bloccare l'entrata del Salone dell'Agricoltura (un evento di scala nazionale). Ci sono anche le azioni "sangue animale", che mirano a spargere decine o centinaia di litri di finto sangue nelle vie pedonali delle città, distribuendo intanto volantini antispecisti; questa azione ha avuto luogo al massimo in otto città contemporaneamente; si è svolta già cinque volte, credo, ed è già in programma per ottobre e dicembre 2005... Anche lì, l'organizzazione è una rete orizzontale: in una cornice definita in anticipo, ognuno fa ciò che vuole per rivendicare la denominazione "sangue animale"... Le azioni "sangue animale" sono state esplicitamente concepite per continuare a fare delle azioni specificamente antispeciste, nel timore che avremmo finito col non farne più... queste azioni godono di una certa popolarità, attirano un bel po' di gente, ma non tanta quanto vorremmo, perché la gente ha paura (a torto) di suscitare violenza da parte dei passanti.

Cosa sono delle azioni "specificamente antispeciste"? sono azioni che ovviamente non fanno del male agli animali, che denunciano il loro sfruttamento, e che fanno un discorso chiaramente antispecista, sia nel contenuto (argomenti per l'uguaglianza animale o in ogni caso contro lo specismo) sia nella forma, altrettanto importante: un volantino antispecista contro la vivisezione non argomenta che essa è nociva agli umani! Oppure, non dice che la consumazione di carne e pesce fa male alla salute umana o all'ambiente o alla nostra "elevazione spirituale" o altri orrori di questo tipo. Sarebbe completamente specista, in un mondo in cui gli animali e i loro interessi sono totalmente disprezzati, mettere sullo stesso piano i loro interessi vitali a non essere allevati, poi uccisi, poi mangiati, con delle considerazioni benintenzionate, ma che interessano direttamente gli umani (salute, economia, ecologia...). Nei fatti, un'azione antispecista consiste nel parlare esclusivamente degli interessi degli animali, eventualmente menzionando en passant che non è così complicato rifiutare lo sfruttamento e che non è nocivo per la nostra salute; ma si insiste molto sul fatto che non è quella la nostra motivazione! Effettivamente, funziona molto bene: la gente alla fine si rivela sensibile ad una argomentazione razionale, etica, che in più è nuova e spinge alla riflessione... Se ne hanno bisogno, chiedono delle informazioni supplementari sulla dieta vegetariana, per esempio; ma non lo si usa come argomento. Il nostro scopo è combattere lo specismo, non creare vegetariani preoccupati solo di sé (d'altra parte, non ne siamo capaci! Mi sembra che ora molta più gente diventa vegetariana per motivi etici piuttosto che per questioni di salute... per fortuna!)

Si potrebbe dire che la lotta antispecista debba essere intimamente connessa alle teorie e alle pratiche per la liberazione umana, senza perdere la propria identità. Per esempio, la lotta contro la sperimentazione animale dovrebbe unirsi a tutte le altre forme di critica alla medicina (contro la sperimentazione sugli umani, contro la normalizzazione, contro la meccanizzazione dell'organismo, per una medicina democratica ed "umana") senza nascondere l'intenzione fondamentale di salvare e rispettare gli animali non umani: essa dovrebbe dunque utilizzare tutti gli argomenti possibili per cambiare l'attuale pratica medica, che è oppressiva verso tutti gli esseri che vi sono coinvolti (umani e non umani), e non solamente quelli che "funzionano" meglio.

Sì, forse. Ma non è questo il cammino che abbiamo seguito in Francia, soprattutto perché molte critiche della medicina sono "naturaliste" (pillole chimiche cacca contro buone erbe tradizionali e sagge della nostra terra...) e perché la priorità di molti antispecista è stata liberarsi il più possibile da tutto il naturalismo strisciante, man mano che ne prendevamo coscienza... Inoltre, non so se il legame tra queste critiche che tu proponi è un legame essenziale oppure semplicemente contingente; non so neanche se questo collegamento rischia di aggrovigliare il dibattito e di rendere di nuovo invisibile la questione animale... Tuttavia abbiamo spesso insistito, come dici tu, sul legame tra il rifiuto di sperimentazione forzata verso alcune categorie di umani e il rifiuto di quella verso altri esseri sensibili; effettivamente questo chiariva bene la posta in gioco.

In ogni caso, trovare alternative alla vivisezione non mi sembrano un compito degli antispecisti così come trovare alternative alla tortura (per ottenere informazioni dai prigionieri all'interno di regimi apertamente dittatoriali) non sono un compito di coloro che si battono per i "diritti umani". Né la tortura né la vivisezione sono eticamente accettabili (in realtà la questione mi sembra più complicata, ma si riduce comunque globalmente a questo), e la prima alternativa da considerare è la loro scomparsa. Con cosa rimpiazzarle se il bisogno persiste è un'altra storia che non mi riguarda, per ora. È lo stesso discorso di "quali alternative reali esistono al prelevamento di organi da bambini poveri dei Paesi del Terzo Mondo? "; la prima risposta che viene in mente, credo, è "bisogna che questo finisca immediatamente, le alternative si cercheranno dopo". Trovo che rispondere diversamente nel caso della vivisezione sia un buon esempio di specismo.

Per tornare al rapporto con le altre lotte, mi sembra chiarissimo comunque che si può unire il rifiuto della discriminazione specista al rifiuto della discriminazione sessista o razzista (ed anche adultista!); è interessante da diversi punti di vista: da una parte, appoggiarsi su esempi paralleli o similari la cui legittimità è oggi generalmente riconosciuta (anche se si evita di trarre da questo riconoscimento le reali conseguenze pratiche; d'altra parte, mettere in evidenza le somiglianze di funzionamento delle ideologie corrispondenti (naturalismo sessista, razzista, specista...), il che si evolve molto facilmente in una critica generale dell'ideologia umanista, da un punto di vista egualitario. E, potenzialmente, consente un congiungimento di lotte, una sinergia o delle alleanze. Ma sfortunatamente nella pratica questo congiungimento si è prodotto raramente, o comunque a senso unico. Spesso gli antispecisti vanno a partecipare alle lotte femministe o per i sans papier o altri, ma il reciproco non si attua: non abbiamo ancora visto in Francia degli antifascisti, per esempio, venire a sostenere delle azioni antispeciste, quando invece sarebbe logico, dal momento che lo specismo è sempre stato una molla fondamentale (così come il patriarcato) dei movimenti fascisti... Solo le persone che sono sia antispeciste che antifasciste, o antispeciste e femministe etc. arrivano (eventualmente) a muoversi... Da questo punto di vista, il congiungimento delle lotte è stato piuttosto uno scacco... anche se di fatto numerosi militanti antispecisti sono anarchici e/o femministi.

Qual è il futuro dell'antispecismo?

È una lotta che si sviluppa e che continuerà a svilupparsi in futuro per almeno due ragioni: da una parte perché è in sintonia con le "nuove" sensibilità riguardo agli animali non umani, alle quali fornisce una cornice razionale.

Dall'altra parte perché la collocazione generalmente non religiosa/mistica, o secondo alcuni -- come me- addirittura anti-religiosa/mistica, le fornisce delle angolature di comprensione e di attacco radicali di queste piaghe mondiali che sono il razzismo e il sessismo o l'adultismo. Per non parlare ovviamente della religione stessa...

Come sarà una società non specista? Sarà necessariamente comunista o anarchica?

A mio parere, una società non specista può essere quasi di qualunque tipo; potrebbe essere una sorta di società buddhista di tipo tibetano, molto gerarchica (patriarcale, feudale, teocratica etc.), o anche una società induista (idem), o ancora una capitalista che cerca di preoccuparsi degli animali (un po' come la società capitalista oggi dice di preoccuparsi degli umani del terzo mondo e fa discorsi di uguaglianza umana... che non hanno niente a che vedere con la realtà concreta, evidentemente!)

Il mondo che sogno io, invece, è un mondo dove tutte/i cercano di tener conto di tutte/i, e dove i rapporti non solo non sono più rapporti di dominio, sfruttamento ed oppressione, ma in più cessano di essere regolati da norme sociali, senza che l'idea di comunità (di totalità, società etc.) venga a intromettersi nelle relazioni che gli individui allacciano tra loro. In realtà, non si tratta più di una vera società, né di una comunità, ma di una cosa diversa, più eterogenea, che non si può più far rientrare in una totalità; e in realtà non è neanche necessariamente sempre anarchica o comunista.

Tu sei anche impegnato nelle edizioni tahin party, i cui libri esplorano tutti i rapporti di dominio, tra i quali l'"adultismo", che hai menzionato spesso finora: è un argomento di cui in Italia non si parla, ma è anche questo un tema importante!

Sì, se ne discuteva in Francia negli anni '70, ne parlavano i libertari e le femministe, ma ora non più... Viviamo davvero in un'epoca di reazione! Penso si tratti di un problema fondamentale e che è un pessimo segno il fatto che più nessuno se ne preoccupi. Il dominio sui bambini da parte degli adulti e delle istituzioni sociali è qualcosa che abbiamo subito tutti, che ci ha completamente formati e preparati alla nostra sottomissione da adulti; credo veramente che sia un problema generale, dal quale derivano molte altre cose...

In generale, con le edizioni tahin party abbiamo cercato di creare un media indipendente, a larga diffusione (comprese le grandi strutture commerciali dove, ahimé, si recano le persone che vogliamo raggiungere), incentrato sulla questione dell'uguaglianza; pubblichiamo materiale contro la politica francese in Africa ma anche sul femminismo radicale, sul dominio degli adulti sui bambini, su quello degli umani sugli animali, etc. Un filo conduttore è di fatto l'antinaturalismo: la denuncia dell'idea di Natura, che nella nostra epoca e nelle nostre società ha preso il posto di Dio. Non è più Dio che viene adorato, e che deve dettarci la sua volontà, si adora invece Natura e si ritiene che debba servirci da modello, che debba indicarci cosa è bene e cosa no etc. È implicito nella storia del razzismo: nella razza si individua la "natura" di un individuo (la sua verità!) e si cerca un'indicazione su come lo si può trattare... ugualmente, si ritiene che la nostra natura (o verità o essenza) consista nel genere sessuale, che deve mostrarci come dobbiamo agire su noi stessi e trattarci reciprocamente, a seconda che siamo "uomini" o "donne"... Si fa la stessa cosa con la nozione di specie, ritenuta ancora una volta designare la nostra natura... E rimettere in causa tutte queste "nature" significa rimettere in causa la natura delle cose, l'ordine naturale del mondo (nel quale non crediamo così come non crediamo in Dio), mettere l'equilibrio in pericolo... in pericolo di caos!!! Insomma, come in tutte le religioni: bisogna rispettare le norme, altrimenti si è contro natura, ed è la fine di tutto! Ovviamente, bisognerebbe parlarne meglio: è un argomento che è difficile affrontare in tre frasi, se non altro perché non è mai identificato come problema: oggi, tutti (o quasi) sono naturalisti senza saperlo, perché si tratta di una mistica che non ha un'istituzione corrispondente, che impregna la nostra cultura, la nostra etica, la nostra politica (in un senso purtroppo molto discriminatorio), ma non è mai espressa apertamente. Ed è questo il problema: per contraddirla, bisognerebbe che essa fosse espressa e questo lavoro resta in parte da fare... È soprattutto a questo che ci dedichiamo attualmente con le edizioni tahin party...

Ci sono molte persone che rifiutano di rimettere in causa la loro alimentazione per via dell'"ordine naturale". Cosa ne pensi?

Molte persone, generalmente credenti, si lamentano del fatto che la nostra epoca è "materialista", che si è perso il "sentimento del senso delle cose", del sacro, del "rispetto dei valori eterni"... Tuttavia la gente è nella immensa maggioranza profondamente mistica: ci sono tutti quelli che credono all'umanità, che sono un'armata (che siano atei, islamici, cristiani o buddhisti) e ci sono tutti quelli che credono nella Natura; sono generalmente gli stessi, cioè, lo ripeto, quasi tutti. Soprattutto, l'attuale ideologia ufficiale mondiale, che non è nient'altro che l'umanismo, predica che il mondo ha un senso, che è organizzato, che consiste in un Ordine o in un Equilibrio, e che risponde al nome di Natura. E le diverse cose di questo mondo vedono assegnarsi dalla Natura una natura particolare, che è la loro programmazione interna ad occupare il proprio posto nel Grande Tutto, nella Totalità, nella Natura. La "Natura" deve essere rispettata, e le diverse nature delle cose non devono essere rimesse in questione. Non si sa perché, ma è così. Altrimenti, la Natura si vendica, dicono. Credevamo che Dio fosse morto, invece no, è resuscitato/a!!!

Io non credo in Dio per diverse ragioni (che sono appunto delle ragioni, cioè delle argomentazioni), e non voglio di certo finire per credere in Natura. Preferisco pensare da solo e, quando faccio qualcosa, preferisco riflettere alle mie motivazioni piuttosto che invocare il carattere divino o naturale di ciò che faccio.

La gente si rifugia molto volentieri dietro l'"argomento" che recita "è naturale" per giustificare ciò che fa, specialmente quando si tratta di dominio: il dominio patriarcale sembra naturale, così come il dominio schiavista nel corso dei secoli (finché non è stato "superato"). Anche mangiare carne sembra completamente naturale ("la prova, ci dicono, è che 'gli animali' si mangiano tra loro! "). Siamo sempre di più a dire: il naturale non esiste, è un'invenzione, così come il divino. Esiste solo ciò che è reale, e ciò che reale non ci dà lezioni né di morale né di altro.

Questa rimessa in questione dell'esistenza del naturale, molti non la capiscono. Tre secoli fa, tutta la popolazione non poteva neanche concepire che si potesse vivere senza l'idea di Dio: sembrava impossibile da immaginare! Ebbene, oggi noi diciamo che la Natura non esiste, che la differenza tra naturale ed artificiale non ha alcun senso, che niente è Natura ma che tutto è reale etc. Provate a capire...







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