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Martedì 16 ottobre 2018, Ss.Margherita M.Alacoque,Edvige

I MESTIERI DI IERI...



allestimentoDal 28 dicembre 2004 al 6 gennaio 2005 a Moneglia è stata allestita una mostra di disegni della pittrice monegliese Maria Grazia Rebuzzi, la quale si è dedicata a rappresentare personaggi caratteristici del luogo, intenti a svolgere le loro attività lavorative..., i cosiddetti antichi mestieri, attività ormai che oggi non vengono piu’ svolte o delle quali ormai si è persa quasi completamente la memoria.
La mostra, organizzata dal Centro Studi e Ricerche Ad Monilia, si intitola, infatti, “I mestieri di ieri… Figure di una volta a Moneglia”. Le opere pittoriche sono interamente realizzate da Maria Grazia Rebuzzi, sulla base di fotografie e documenti d’epoca, forniti dagli abitanti di Moneglia, generalmente figli o nipoti della figura rappresentata.

Il Venditore di pesci

Il venditore di pesci, o la pescivendola, preparava per le nostre necessità i pesci che erano stati pescati, li pesava e ne stabiliva il prezzo. Conosceva bene i tipi di pesci e il loro valore. Il suo banco di vendita era semplicemente il carretto o la barca da cui i pesci erano stati pescati. Qui si trovavano cesti, secchi o teglie ricolme di pesci, e la bilancia, la cosiddetta stadera, per la pesa manuale dei prodotti.


Il Pescatore

La pesca è sempre stata una buona integrazione per l’economia di sussistenza legata ai prodotti della campagna. Non si trattava dunque di un passatempo o di uno svago, quanto, piuttosto, di una pratica, che poteva anche costituire una piccola fonte di reddito per il pescatore, soprattutto in un paese come Moneglia, aperto sul mare. Tutti gli attrezzi del pescatore erano realizzati “in casa”, spesso anche le reti da pesca erano cucite dagli stessi pescatori o dalle loro mogli, combinando fra loro le singole maglie, i tiranti e i piombini, per dare alla rete una forma regolare ed efficace, adatta al tipo di pesca che si voleva praticare.
Oltre ai musei citati nella scheda sui leudi, per la pesca si può visitare anche il museo etnografico “G. Podenzana” della Spezia.


Il Ciabattino

Il calzolaio realizzava o sistemava scarpe, scarponi, stivali e gambali di vario tipo, con cuoio conciato. Con il termine ciabattino si indicava, in alcuni casi, più propriamente colui che si occupava della riparazione, della manutenzione di scarpe, scarponi e stivali. Ciabattino e calzolaio utilizzavano trincetto e coltello a lama arrotondata per ritagliare sul banco il cuoio, secondo la misura del piede, data dalla forma, le lesine, per preparare le suole, le pinze da cuoio con le quali la tomaia veniva distesa sulla forma, i chiodi, le raspe, il punteruolo e il martello. La preparazione di un paio di scarpe richiedeva un “saper fare”, un’esperienza, non comune nell’assemblare cuoio e pelli, fodere e chiodi: veniva predisposta la forma e fissata la soletta interna della scarpa alla parte inferiore della forma, veniva aggiunta la tomaia ben tesa e unita alla soletta con piccoli chiodi, il fine ultimo era ottenere il miglior risultato possibile, a vantaggio di leggerezza e flessibilità della scarpa.
Nel museo di Masone (prov. di Genova) è ricostruito in maniera molto efficace il locale di un ciabattino masonese, Ciuta Risso, il quale, negli anni quaranta, aveva redatto un semplice diario degli avvenimenti quotidiani, benché fosse quasi analfabeta. Alcuni riferimenti al lavoro del calzolaio si possono osservare anche nel museo di Storia e cultura contadina di Genova Rivarolo e nel museo contadino di Cassego (a Varese Ligure, prov. della Spezia).

Il Fabbro

E’ definito fabbro ogni artigiano che lavorava i metalli utilizzando martello e incudine, e li trasforma: esistevano i fucinatori (per lavori grossi, come ancore per imbarcazioni), gli armaioli, i maniscalchi, i fabbri ferrai, ma anche più semplicemente i chiodatoli, per realizzare chiodi di tutti i tipi, e i battirame, per ricavare oggetti utili o decorativi lavorando il rame.
Il fabbro frantumava la sbarra di metallo, generalmente in ferro, la riduceva a stecche che venivano rese malleabili sulla forgia e poi percosse ritmicamente sull’incudine con pesanti mazze per dar loro la forma voluta. La lavorazione richiedeva grande capacità professionale e impegnava molto anche dal punto di vista fisico.
Nel museo di Masone è ricostruita anche una fucina da chiodi e vi sono conservati numerosi attrezzi relativi alla lavorazione del ferro.


Il Portabagagli

Il portabagagli era l’uomo incaricato di recapitare i bagagli, valigie e borse, ai proprietari, viaggiatori o turisti in sosta, o emigranti. Il lavoro che svolgeva richiedeva un impegno continuato, estate e inverno, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche e con l’aggravante responsabilità dei bagagli del viaggiatore che giungeva in quel posto e glieli affidava. Il servizio veniva svolto sovente a piedi o con un carretto spinto a mano, anche perché le diligenze o i carri non arrivavano dappertutto. Nel nostro territorio non vi erano molti portabagagli, soprattutto in un piccolo paese come Moneglia, dove il turismo iniziò ad svilupparsi a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, ma soltanto per i cosiddetti “benestanti”.


Lo stagnino

Il mestiere dello stagnino consisteva nella realizzazione di grondaie e pluviali che portavano l’acqua alle cisterne, nella riparazione di pentole, tegami e secchi, nella saldatura e nel tamponamento di buchi con lo stagno, che, però, veniva consumato in minima quantità perché costava molto. Utilizzava grandi forbici per tagliare i fogli di lamiera, verghe di stagno, tenaglie, martelli, recipienti di piombo che contenevano l’acido per la pulitura dei saldatoi in rame, la forgia per scaldare i saldatoi, e una grossa incudine per lavorare la lamiera.
Esempi di stoviglie e utensili vari, d’uso quotidiano, si possono osservare in numerosi musei di cultura contadina, come quello di Genova-Rivarolo, e quelli a Sciarborasca (Cogoleto, prov. di Genova) e in Valvarenna, oppure nel museo di Masone, sempre in provincia di Genova.


Il mulattiere

Il nome di questo mestiere è legato al tipo di viabilità antica: oggi sono definiti mulattiere i sentieri percorsi generalmente dagli appassionati di trekking. Tuttavia mulattiere erano tutte le strade che, sorte per le necessità di spostamento, collegavano una località all’altra, o i campi coltivati alla casa o all’impianto produttivo o al mercato.
Chi svolgeva il servizio di trasporto con il mulo, e si spostava su questi percorsi era il mulattiere. Si trattava di un tipo di trasporto con animali, mediante traino, con un carro, oppure con ceste fissate ai lati della sella. Il mulattiere indossava spesso un cappello largo sul quale era appuntato un grande ago con lo spago già infilato, perché fosse possibile ricucire subito i sacchi rotti durante il viaggio.
Il servizio del mulattiere veniva utilizzato in caso di carichi particolarmente pesanti o importanti da trasportare, mentre per le piccole commissioni ci si poteva rivolgere anche a corrieri o commercianti ambulanti.


Il muratore

Si tratta, in questo caso, di una figura professionale in piena efficienza ancora oggi, sia pure con le dovute trasformazioni. Alcuni erano alle dipendenze di imprenditori edili, come salariati, altri, invece, erano proprio piccoli imprenditori che avevano alle loro dipendenze tre, quattro manovali, operai. Oltre alle opere di costruzione di nuove case, i muratori si sono da sempre occupati di manutenzione di antichi edifici, attività che oggi si potrebbe chiamare di restauro conservativo. Si trattava dunque di un lavoro che richiedeva un “sapere empirico”, legato alla precisa conoscenza dei materiali e delle loro proprietà fisiche-naturali. Un tempo, il mestiere del muratore era direttamente collegato ad altre figure professionali che potevano essere presenti su un cantiere edile, come il tagliapietre o scalpellino, il fabbricante di calce, il carpentiere, e il falegname.

Le lavandaie

In questo caso non si tratta di un mestiere tipico, ma di una delle occupazioni delle donne, le quali dovevano pulire e lavare, oltre che cucinare, filare, badare ai figli, aiutare il marito nel raccolto o nelle cure del bestiame. Le lavandaie facevano spesso il bucato vicino al torrente, inginocchiate su una tavoletta di legno, o su un panno di stoffa, e strofinavano e strizzavano i panni su assi di legno o su lastre di ardesia. Un altro metodo tradizionale per fare il bucato, e oggi completamente scomparso nell’uso e nella memoria, è lavare con la cenere i panni che poi potevano essere portati fuori nei lavatoi per essere risciacquati e strizzati.


La Filatrice

Filare era un’attività prettamente femminile e consisteva nel trasformare una massa informe di batuffoli di lana, canapa, cotone o lino, in un filo da lavorare per ricavarne coperte, abiti di vario genere, maglie, calze e altro ancora. Erano richieste una grande esperienza e preparazione che solitamente venivano tramandate di madre in figlia. La filatrice avvolgeva il batuffolo da filare nella rocca, o conocchia, una lunga canna con un’estremità più grossa, con una specie di gabbietta e doppio cono, spesso decorata. Talvolta una spilla particolare, detta “pensiero”, era appuntata sul corsetto della filatrice e serviva per mantenere verticale la conocchia durante il lavoro. Generalmente la filatrice teneva la rocca sotto il braccio sinistro, mentre con la mano destra faceva girare il fuso, nel quale il filo veniva allungato e avvolto con un rapido moto circolare, che ne rafforzava la consistenza.
Documenti relativi alla filatura e all’abbigliamento popolare ligure si possono riscoprire visitando alcuni musei della zona, tra cui il Museo G. Podenzana della Spezia, il Museo contadino di Cassego (Varese Ligure, prov. della Spezia), e il Museo di Storia e cultura contadina di Genova-Rivarolo.


Il Sarto

Il sarto trasforma pezzi di stoffa, panni e altri tessuti in capi di abbigliamento. Il sarto era generalmente soggetto alla moda, anche perché un tempo non esistevano abiti preconfezionati. Il sarto tagliava il tessuto su misura e cuciva, o affidava la cucitura a giovani lavoranti o apprendisti. Durante la cucitura il pezzo veniva pressato con il ferro da stiro, che una volta aveva una forma internamente cava, per potervi inserire la brace o il carbone per produrre il calore necessario. Altri attrezzi del mestiere erano il metro a nastro, per prendere le misure, il ditale, gli aghi, le forbici, una canna per la misura delle braccia, e il metro-centimetro.
Per la documentazione iconografica o relativa a capi di abbigliamento d’epoca, si possono visitare il Museo G. Podenzana della Spezia e il museo di Masone (prov. di Genova), oppure per avere informazioni più dettagliate su abiti in merletto si può visitare il Museo del merletto a Rapallo; o su lavori in seta si possono visitare le seterie di Zoagli.

La Lattaia

La lattaia andava di casa in casa a vendere il latte, contenuto in grossi recipienti metallici. Si trattava di un lavoro duro, se si considera peraltro che i recipienti erano piuttosto pesanti, e venivano portati a mano, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche e in qualunque stagione. La lattaia poteva avere con sé dei misurini di varia grandezza, che servivano per travasare la quantità di latte richiesta dai clienti. Generalmente la lattaia non suonava ai campanelli delle case come i venditori ambulanti che possiamo vedere oggi, ma urlava a gran voce o chiamava le persone dalla strada.


L’Arrotino

L’arrotino affilava lame, coltelli, forbici, e altri oggetti simili, come testimonia il nome stesso dato a questo tipo di mestiere, da arrotare, ovvero rendere un attrezzo affilato tramite una mola, un disco di pietra abrasiva, oppure mediante una cote, un altro disco composto da calcari silicei. Entrambi i dischi erano fatti ruotare e l’oggetto da rendere tagliente era posizionato sopra, per essere affilato. Sopra ala ruota poteva esservi anche un contenitore da cui cadevano gocce d’acqua per migliorare l’effetto abrasivo.
L’arrotino girava per le strade attirando l’attenzione dei clienti con un caratteristico richiamo.


Il Benestante o possidente

Si tratta di una figura non in linea con i mestieri e con il mondo del lavoro, eppure nei registri parrocchiali riferiti al periodo prebellico tra le professioni viene annotata anche quella di possidente oppure quella di benestante. Bisogna considerare, inoltre, che queste figure vivevano a stretto contatto con il lavoro, perché sovente da esso traevano ragione di esistere o erano i committenti e i “datori” di lavoro di molte persone. In genere, infatti, questi facevano capo a proprietà di terreno, a poderi dai quali dovevano vivere di rendita. Altre volte erano commercianti, imprenditori (o industriali, almeno dal secondo dopoguerra), medici o avvocati, o più semplicemente nobili, come la marchesa Btto de Fornari rappresentata nel disegno di Maria Grazia Rebuzzi.


I giochi

I giochi di una volta erano piuttosto semplici, e non erano certo così numerosi come oggi. Le famiglie avevano spesso bisogno di aiuto nei campi o col bestiame, e i bambini un po’ più grandi dovevano rendersi utili. Tuttavia quando ne avevano la possibilità cercavano il modo migliore per divertirsi e giocare, lasciando ampio spazio alla creatività e alla fantasia. Tra i giochi, si ricordano pampano, nascondino e moscacieca, per i quali, per esempio, prima di iniziare, si faceva la conta, che generalmente consisteva in una filastrocca cantata. Tra le bambine era diffuso il girotondo, accompagnato sempre da una filastrocca cantata. Anche i giocattoli erano piuttosto semplici, e talvolta costruiti con ciò che era a immediata disposizione, o scartato da qualche altra attività specifica. Tra questi si possono ricordare, oltre alle sempre attuali palla e bambola, la trottola, la fionda, la cerbottana, gli zufoli e i cerchi, che venivano fatti rotolare per le strade del paese spinti con un rametto.
Alcuni esempi di giocattoli sono conservati nel museo etnografico G. Podenzana della Spezia, e nel museo di Storia e cultura contadina di Genova-Rivarolo; anche a Montebruno, nel museo contadino, è allestita una piccola raccolta di giocattoli d’epoca, e così come a Gattorna di Moconesi è possibile visitare un modesto Museo del Giocattolo.

La scuola

Fino a qualche decina di anni fa, ogni frazione di Moneglia aveva la sua scuola elementare, che i bambini del luogo dovevano frequentare per legge, in seguito alla politica scolastica del periodo prebellico. Generalmente in ogni località gli studenti non erano molti, quindi tutte le classi (dalla prima alla quinta elementare) erano affidate a una sola maestra, o maestro, con gli alunni tutti riuniti.
Non esistevano gli zaini, oggi molto frequenti, ma cartelle di cartone legato con lo spago!
Il riscaldamento era a legna e ogni bambino doveva portare il suo fascio di legna per contribuire a riscaldare l’ambiente.


La Vendemmia

La coltura della vite era, ed è, molto diffusa in tutta la Liguria, anche se il vino prodotto è destinato principalmente al consumo locale, e un tempo quasi ogni contadino o gruppo famigliare aveva in cantina il torchio, la botte e il tino per la sua produzione. L’uva, raccolta a partire dalla fine di settembre, con cesoie da potatura o coltelli, veniva selezionata e i grappoli erano messi in cavagni, corbe ad alti manici, che poi venivano portati a spalla verso casa. Qui l’uva veniva versata in tini o bigonci per la pigiatura, in passato eseguita con i piedi nudi, dai più giovani. La vendemmia era un momento di comunione e di allegria, in cui tutta la famiglia era impegnata, la gioia del raccolto ma anche quella di stare insieme e aiutarsi a vicenda. Si lavorava da mattina a sera tarda, dalla raccolta alla pigiatura, alla sistemazione del mosto in botti per la fermentazione e alla torchiatura dei raspi.
Legati all’attività del contadino che vendemmia vi sono altri mestieri, oggi meno noti, come quello del cestaio e quello del barilaio o bottaio.
Il ciclo produttivo del vino è documentato con attrezzi e oggetti, in numerosi musei di cultura contadina del nostro territorio , basti pensare al Museo di Storia e cultura contadina di Genova-Rivarolo, e al Museo contadino di Cassego (Varese Ligure, prov. della Spezia).


Raccolta delle olive: raccattatura

A Moneglia, e in tutta la Val Petronio e nel territorio del Tigullio, i luoghi di lavoro abituale sono da sempre stati i campi coltivati, e in particolare gli uliveti, e quindi anche i frantoi, detti suppresse, per la produzione dell’olio, o detti bolacchi, per la produzione dell’olio di sansa. Ormai si sta perdendo il ricordo di questi i luoghi che erano dedicati alle attività produttive, eppure fino a poche decine di anni fa era possibile scorgere tra gli olivi, figure dedicate a cogliere le olive a mano, ad una ad una, dall’albero (brucatura) o, ancora più spesso figure ricurve, accucciate a raccogliere le olive cadute per terra. Questo sistema si chiama raccattatura, ed era un’attività alla quale erano preposte principalmente le donne, per velocità e abilità manuale. Basti pensare che gruppi di donne arrivavano nel nostro paese anche dall’entroterra per essere impiegate in questo tipo di lavoro e tornare poi a casa con un po’ di olio in cambio del lavoro svolto. Le olive possono cadere a terra o sulle reti di nylon, che oggi colorano i nostri terrazzamenti tra ottobre e gennaio, grazie al vento, agli agenti naturali, o a lunghe canne con le quali si battono i rami degli olivi (bacchiatura). Le olive finiscono poi a brancae, ovvero a manciate, nel cavagno, un contenitore in vimini o in legno, vengono pulite dalle foglie, e portate al frantoio.
Attrezzi pertinenti alla raccolta delle olive si possono osservare in numerosi musei liguri, in particolare al museo di storia e cultura contadina del Garbo (Genova-Rivarolo) e al museo etnografico di Ortonovo (in provincia della Spezia).


I Leudi

Nella figura con la venditrice di pesci è rappresentato anche un leudo, imbarcazione che ha caratterizzato questa parte di territorio ligure dal XIV secolo fino all’inizio del Novecento. Era utilizzato principalmente per il trasporto di prodotti che non sempre era possibile commerciare a causa delle difficoltà del trasporto terrestre.
Proprio dalle secolari necessità di scambi commerciali nascono, a Riva Trigoso, a Sestri Levante, ma anche a Chiavari e a Camogli, botteghe di artigiani, capaci di sagomare i legnami e di costruire barche sempre più resistenti e robuste. Un esempio possono essere i “gozzi”, barche mediamente di 6 metri di lunghezza, utilizzate per la pesca di media altura. Ma altro esempio è proprio il “leudo”, che a partire dall’epoca tardo-medievale ha trovato largo impiego nel Mediterraneo per svariate forme di commercio via mare. Si tratta di un’imbarcazione a carena bassa e larga, con buone qualità di carico e di navigazione, capace di unire grande capienza di stivaggio e altrettanto grande sicurezza sui difficili mari del Tirreno. La stessa parola leudo, secondo lo scrittore di Santa Margherita Ligure, e grande uomo di mare, Vittorio G. Rossi, fa pensare proprio al liuto, l’antico strumento musicale dalla cassa larga e panciuta, ma nello stesso tempo sinonimo di grande armonia. I leudi partivano infatti dalle nostre spiagge per l’isola d’Elba, la Sardegna e, i leudi più grandi erano diretti anche in Sicilia e Puglia: portavano formaggi, vino e altri prodotti commerciali.
La gente di questa terra viveva quindi in stretto legame tra terra e mare, tra contadini e naviganti, e con loro gli armatori e i mercanti. Fra le professioni di un tempo si possono pertanto registrare anche quella di capitano marittimo, di comandante, di marinaio o di armatore.
La marineria ligure è trattata approfonditamente nei musei marinari di Camogli e di Calvari (prov. di Genova), ma anche nei nuovi musei Navale e Galata (museo del mare) di Genova.


allestimento-portabagagli e giare



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